SUCCESSIONE EREDITA Roma: successione La famiglia, il figlio nel Diritto di famiglia

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La famiglia, il figlio nel Diritto di famiglia

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Nel nostro ordinamento, la posizione di “figlio naturale” sembra essere riconducibile a tre diverse nozioni.

Da un lato, infatti, è figlio naturale colui che abbia accertato il proprio stato di filiazione da genitori non uniti tra loro in matrimonio.

Per  “figlio naturale” si indica poi quella categoria di figli, che a causa del legame di parentela intercorrente tra i propri genitori, non può essere riconosciuta, e quindi è parte di un rapporto di filiazione rilevante  ai fini sostanziali, ma non formalmente accertato, né accertabile: la categoria di qualificazione è quella dei figli “irriconoscibili”.

Di figlio naturale, poi, si parla anche per indicare quella categoria di soggetti che non hanno una posizione accertata di filiazione, per non essere stati riconosciuti daigenitori, pur se riconoscibili, e che no hanno nemmeno il possesso dello stato difiglio.

La categoria della filiazione naturale assume quindi natura variegata ed eterogenea, assimilandosi in essa fattispecie del tutto dissimili, di soggetti che si trovano in posizioni diverse.

L’ambito della filiazione naturale sembra essere a carattere residuale, inglobandosi in esso tutta una serie di situazioni di filiazione, ovvero di privazione dello stato di filiazione, comunque, riconducibili alla circostanza dell’assenza di un rapporto di filiazione legittima.

L’esistenza nell’ambito dell’ordinamento di un duplice binario di rapporti di filiazione, legittima e naturale, appare retaggio di concezioni morali ormai non più condivise dalla coscienza sociale.

La nozione di filiazione è infatti unitaria, indicando il rapporto di discendenza di una persona da colui che lo ha generato; è rapporto di natura biologica, che prescinde da requisiti formali, quali sono il rapporto di coniugio tra i genitori, ovvero anche l’intervenuto riconoscimento.

Nel caso di adozione, il rapporto di natura biologica è sostituito dal provvedimento di adozione, che surroga la discendenza naturale.

I più moderni ordinamenti, in perfetto allineamento con un’evoluzione sociale in tal senso, tendono a disciplinare unitariamente la filiazione, sia essa legittima, naturale ed adottiva, in quanto essa trova fondamento nel rapporto personale tra genitore e figlio.

Non può nascondersi, tuttavia, che anche la sola presenza di una dizione diversa del figlio naturale rispetto al figlio legittimo, nonché la stessa definizione della filiazione all’interno del matrimonio come “legittima”, costituisca una forma di discriminazione già di per sé non tollerabile, pur se fossimo in presenza di una disciplina del tutto identica.

La conservazione delle due categorie di figli, legittimi e naturali, appare priva di significato: se il rapporto di filiazione è unico e medesimo, la permanenza della categoria del “figlio naturale” appare inutilmente discriminatoria, così come appare indice ulteriore di tale discriminazione la persistenza dell’istituto della legittimazione, che assurge, nella sua configurazione, a forma di promozione da categoria deteriore a categoria superiore.

Le due categorie di filiazione biologica non si pongono su binari paralleli ed omogenei, in quanto la categoria della filiazione legittima è comunque considerata dall’ordinamento di tipologia superiore a quella della filiazione naturale.

La conservazione della distinzione tra categorie ha quindi carattere discriminatorio, a carico dei figli naturali, i quali, per la loro solo appartenenza ad una categoria deteriore, subiscono un’ingiustizia di tipo sostanziale.

In ogni caso, è da rilevare che la disciplina delle due categorie di filiazione non è identica, persistendo nella normativa sul rapporto di filiazione naturale regole di disparità sostanziale rispetto al trattamento del figlio legittimo.

Lo stato del figlio naturale non è quello del figlio legittimo; non si tratta, infatti, di diversità di disciplina che trovi fondamento nella diversa situazione obiettiva, bensì di un vero e proprio diverso regolamento, che accorda al figlio naturale diritti inferiori rispetto al figlio legittimo.

Se sono comprensibili diverse regole rispetto alla potestà, non potendosi presumere la convivenza tra i genitori, altre differenze appaiono prive di supporto e di ragionevole giustificazione.

Una prima forma di incomprensibile diversificazione si riscontra nella disciplina del cognome del figlio naturale.

Per il figlio legittimo, infatti, l’ordinamento prevede una regola di attribuzione del cognome ispirata alla certezza e alla omogeneità familiare, mentre, per il figlio naturale, la struttura normativa di cui all’art. 262 c.c. prevede un’assunzione di cognome ispirata a criteri di obiettiva incertezza e che non tengono affatto in conto l’esigenza di omogeneità nell’ambito della medesima famiglia naturale.

La disciplina del cognome del figlio naturale è indice del difetto di tutela della famiglianaturale, in quanto tale, da parte dell’ordinamento; partendo, infatti, da una concezione della filiazione naturale come evento a carattere possibilmente residuale e come costitutivo di un solo rapporto bisoggettivo genitore- figlio, non si considera affatto l’esigenza di tutelare l’istituzione familiare e il figlio naturale quale membro di una famiglia, imponendo un’omogeneità nel cognome tra i fratelli naturali.

In realtà, si deve sostenere che il rapporto di filiazione deve far sorgere effetti unitari ed equivalenti, prescindendo dalla diversa qualifica formale tra figli naturali e figli legittimi.

La posizione del figlio naturale è la posizione di un figlio, così come lo è la posizione del figlio legittimo.

Il titolo di qualificazione della filiazione non può e non deve avere rilevanza, in quanto tale qualificazione non afferisce al rapporto di filiazione, bensì ad altro rapporto, estraneo ad esso, che consiste nell’esistenza o meno del legame di coniugio tra igenitori.

L’esercizio della potestà del genitore del figlio naturale, quindi, non può avere contenuto difforme rispetto all’analogo esercizio del genitore legittimo, così come i doveri ed i correlativi diritti del figlio sono e devono essere i medesimi.

Non possono quindi essere condivise le opinioni di chi vede  nell’obbligo del genitore naturale una fattispecie dissimile rispetto alla posizione del genitore legittimo.

La posizione del figlio naturale, complessivamente considerata, all’interno del nostro ordinamento, è quindi posizione imperfetta  e non compiuta: le diverse norme discriminatorie si sovrappongono, creando un regolamento dello stato di filiazione naturale complesso  e certamente deteriore rispetto all’altra categoria di filiazione.

Appare quindi fortemente opportuno e urgente introdurre una vera e definitiva unificazione della filiazione, che prescinda da qualificazioni comunque discriminatorie.

    I MODI DI ACQUISTO DELLO STATO DI FIGLIO NATURALE

 Per acquisto dello stato di figlio naturale, viene comunemente identificato il momento nel quale per il figlio viene accertato lo stato di filiazione naturale nei confronti di un determinato soggetto, e non l’acquisizione dello stato biologico di figlio, coincidente con la nascita.

L’acquisto dello stato formale di figlio naturale consegue al riconoscimento da parte delgenitore naturale; al passaggio in giudicato della sentenza dichiarativa della paternità o della maternità; al passaggio in giudicato della sentenza di accoglimento dell’azione di contestazione della legittimità; al passaggio in giudicato della sentenza di accoglimento dell’azione di disconoscimento della paternità.

Le prime due fattispecie producono direttamente l’acquisizione dello stato di figlio, in relazione al proprio genitore; l’accertamento formale della titolarità del rapporto di filiazione comporta che il figlio possa avvalersi dei diritti inerenti al rapporto stesso.

Lo stato di figlio non riconosciuto non è, tuttavia, una condizione di indifferenza rispetto al proprio genitore, in quanto il legame di filiazione non viene creato con il riconoscimento, preesistendo esso, in quanto legame di tipo biologico, rispetto all’accertamento formale.

L’ordinamento, infatti, riconosce come rilevante il rapporto naturale di filiazione, prevedendo effetti che prescindono dal suo accertamento formale[1].

Taluni effetti del rapporto biologico di filiazione, non accertato, si riscontrano, infatti, nell’art. 87 c.c., che prevede il divieto di nozze tra consanguinei.

Altra norma di rilievo è l’art. 293 c.c., che, nel prevedere il divieto di adozione da parte dei genitori dei figli nati fuori dal matrimonio, si riferisce, necessariamente, ad un rapporto di filiazione non accertato.

Ancora si segnala l’art. 11 della legge sull’adozione, che qualifica come “genitori”, soggetti per i quali il rapporto di filiazione non è stato ancora accertato.

Occorre affermare che il conferimento dello stato di figlio naturale non dipende dal riconoscimento, o dalla sentenza di dichiarazione giudiziale, in quanto non competa al genitore, o in sua vece al Tribunale, attribuire al figlio il suo stato, essendo l’accertamento della filiazione il presupposto per l’acquisto della sola titolarità formale di figlio[2].

Gli effetti del riconoscimento sorgono con efficacia retroattiva, pertanto il riconoscimento è un momento accertativi e dichiarativo della situazione di filiazione, che tuttavia non ha alcuna natura costitutiva[3].

 L’ATTO DI RICONOSCIMENTO

L’atto di riconoscimento del figlio naturale è uno dei mezzi per rimuovere lo stato di mancato accertamento della filiazione biologica e far conseguire al figlio, in virtù degli effetti conseguenti al riconoscimento, lo stato di figlio.

E’ certamente il mezzo primario, in quanto il principio di autoresponsabilità dovrebbe condurre il genitore al riconoscimento del proprio figlio e all’assunzione della responsabilità genitoriale, con la conseguente assunzione degli obblighi di mantenimento, istruzione ed educazione.

Tuttavia, non può certo affermarsi che esista un obbligo del genitore a riconoscere: l’ordinamento consente, infatti, al genitore di non procedere al riconoscimento del figlio, fornendo, tuttavia, a questi lo strumento della dichiarazione giudiziale, per vedere comunque accertato il proprio stato[4].

L’atto di riconoscimento è discrezionale[5], tale discrezionalità, tuttavia, incontra due limiti.

Da un lato, il riconoscimento deve avere contenuto di veridicità, per cui il singolo non può riconoscere come propri figli che non lo sono, in quanto l’attribuzione di figlio è consentita solo in presenza di un legame biologico, e non per un atto spontaneo di affiliazione che prescinde da tale legame.

Il secondo aspetto di limitazione della discrezionalità del riconoscimento è dato, indirettamente, dagli effetti del mancato riconoscimento, che possono consistere sia nell’accertamento giudiziale del rapporto di filiazione, sia nella dichiarazione di adattabilità del minore non riconosciuto[6].

Il riconoscimento, anche se atto discrezionale, non è però automatico, neanche nei confronti della madre: le norme di ordinamento dello stato civile consentono, infatti, alla madre di non essere nominata nell’atto di nascita.

I caratteri di discrezionalità e non automaticità del riconoscimento sembrano, tuttavia, almeno in parte incrinarsi nel caso specifico di figli nati a seguito dell’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita, per i quali l’art. 8 l. 19-2-2004 n. 40 prevede che essi acquistano, a seconda che la coppia sia coniugata oppure no, “lo stato di figli legittimi o riconosciuti della coppia che ha espresso la volontà di ricorrere alle tecniche medesime”.

La norma pare, infatti, introdurre un’ipotesi di riconoscimento automatico del figlio naturale, che si pone come conseguenza ex lege del consenso precedentemente prestato alla procreazione medicalmente assistita.

Anche in questa prospettiva, sembra peraltro, doversi affermare che la natura discrezionale del riconoscimento non è del tutto esclusa ma solo attenuata: l’effetto dell’attribuzione dello stato di figlio naturale  è, infatti, pur sempre conseguenza, ancorché automatica, di una manifestazione di volontà anteriore alla nascita, la quale parrebbe essere parificata ex lege ad un riconoscimento[7].

Molto si è discusso circa la natura giuridica dell’atto di riconoscimento.

Nel periodo ante riforma si sono avanzate tesi identificative della natura dell’atto di riconoscimento nella figura della confessione[8], certamente da respingere, per assenza del presupposto dell’ammissione di “fatti sfavorevoli” al dichiarante, elemento essenziale, invece, della dichiarazione confessoria.

Altra tesi rinviene nell’atto di riconoscimento una dichiarazione di scienza, da far rientrare nell’ambito degli atti giuridici in senso stretto[9].

Anche tale tesi non è condivisibile, infatti, la formula della dichiarazione di scienza appare riduttiva per qualificare l’atto di riconoscimento, in quanto chi riconosce non si limita a dichiarare di sapere che il riconosciuto è suo figlio, ma vuole assumere anche pubblicamente la paternità o la maternità.

Sembra, quindi, che il riconoscimento sia da qualificare come atto negoziale  e in particolare come negozio di mero accertamento: il riconoscimento è allora l’atto con il quale il soggetto rende giuridicamente certa nei suoi confronti l’esistenza del rapporto di filiazione[10].

L’atto di riconoscimento è atto meramente spontaneo; il requisito della spontaneità non viene meno, anche se si considera che il riconoscimento, una volta effettuato, è irrevocabile, ai sensi dell’art. 256 c.c.

L’ordinamento stabilisce infatti l’inefficacia degli eventuali successivi atti di revoca del riconoscimento, in applicazione del principio di favore per l’accertamento della verità dello stato familiare.

In particolare, il medesimo art. 256 c.c. dichiara l’inefficacia, ai fini del riconoscimento, della revoca del testamento che contiene il riconoscimento; l’art. 254 c.c. al comma 2°, poi, conferisce validità di riconoscimento anche alla domanda di legittimazione, rimasta senza esito.

Il principio applicato è quello dell’autoresponsabilità: la dichiarazione di riconoscimento è libera, ma una volta effettuata, per l’importanza che la dichiarazione ha, non è consentito revocarla, a meno che non si rientri nelle ipotesi categoriche ed eccezionali dell’impugnazione.

Se non esiste un obbligo giuridico di riconoscere, non può non affermarsi che riconoscere il proprio figlio rientra nell’ambito dei doveri morali e sociali[11].

Ci si deve chiedere se esista un diritto del genitore a riconoscere.

Tale diritto è stato ammesso dalla giurisprudenza[12] e si ritiene possa trovare fondamento nell’ordinamento, che tende a garantire l’effettività delle posizioni familiari.

Norme regolatrici di tale diritto a riconoscere si identificano nello stesso art. 250, comma 4°, e soprattutto dall’art. 11, comma 2°, della legge n. 184/1983 che riconosce il diritto al genitore naturale del minore adottando di richiedere la sospensione della procedura, al fine di provvedere al riconoscimento.

Tale diritto del genitore a riconoscere è destinato ad essere pretermesso solo nell’ipotesi in cui il riconoscimento appaia in contrasto con l’interesse del figlio, minore o maggiore di età, interesse che appare quindi certamente preponderante rispetto a quello del genitore  a riconoscere.    

LE FORME DEL RICONOSCIMENTO

Il riconoscimento è effettuato soltanto dal genitore, è atto personalissimo,e dunque non pare ammissibile una procura: si ritiene, tuttavia, che esso possa essere contenuto nella dichiarazione di nascita, anche se fatta da un terzo, il quale peraltro non sarebbe un procuratore, ma mero nuncius[13].

Il riconoscimento del figlio naturale può essere reso in varie forme: ai sensi dell’art. 254 c.c., il riconoscimento può effettuarsi nell’atto di nascita, oppure con apposita dichiarazione, posteriore alla nascita o al concepimento, davanti ad un ufficiale dello stato civile o dinanzi al Giudice tutelare, o in atto pubblico, o in testamento, ovvero, ai sensi del 2° comma, con la richiesta di legittimazione.

La previsione della forma solenne per il riconoscimento è dovuta alla necessità di convogliare l’attenzione del dichiarante sull’importanza dell’atto che va a compiere.

Si ritiene che l’elencazione delle forme previste per la dichiarazione di riconoscimento sia tassativa, infatti, il riconoscimento compiuto in una forma non riconducibile a nessuna di quelle elencate, sia del tutto inesistente[14].

La dichiarazione di riconoscimento, inoltre, in qualunque forma effettuata deve essere annotata, a cura dell’ufficiale dello stato civile, nell’atto di nascita.

Il riconoscimento può essere effettuato, ai sensi dell’art. 30 dell’Ordinamento dello Stato civile, contestualmente alla dichiarazione di nascita, tuttavia, se successivo deve essere effettuato ai sensi dell’art. 254 c.c., con “apposita dichiarazione”

La formula “apposita dichiarazione” appare dubbia, in quanto sembra riferirsi ad una formalità diversa e maggiore rispetto all’espressione del contenuto minimo del riconoscimento.

Non è dubbio, infatti, che la dichiarazione di riconoscimento debba possedere dei requisiti minimi di contenuto, che consentano di identificare con certezza e chiarezza la volontà del soggetto di procedere al negozio accertativi della filiazione naturale.

Tale contenuto, tuttavia, può identificarsi anche in una dichiarazione non diretta al riconoscimento in sé, bensì ad altri scopi, quali lo scopo istitutivo di erede o lo scopo donativo, che trovano nella dichiarazione di accertamento della filiazione un presupposto, anche se non necessario.

Ciò che rileva è l’identificazione sicura di una volontà di accertare il rapporto di filiazione, mentre non appare necessaria una formalizzazione apposita della volontà di riconoscere, mediante l’utilizzo della formula di riconoscimento[15].

Il termine “apposita” va allora, corretto dall’interprete, nel senso che la dichiarazione deve essere idonea ed adeguata, ma non espressamente finalizzata a riconoscere e, certamente, non contenuta in un atto solo a tale scopo destinato[16].

Tale dichiarazione, oltre che ad un ufficiale dello stato civile, può essere resa al Giudice tutelare, ovvero al notaio, o ad altro pubblico ufficiale.

Il riconoscimento può essere effettuato, innanzitutto, nell’atto di nascita ovvero, e più precisamente, mediante la dichiarazione di nascita, con la quale il genitore denunzia la nascita del bambino come figlio proprio, e che, insieme all’attestazione di avvenuta nascita, concorre alla formazione, a cura dell’ufficiale dello stato civile, dell’atto di nascita, secondo le modalità stabilite dall’art.30 ord. St. civ.[17]      

Il riconoscimento testamentario può avvenire, per espressa indicazione dell’art. 254 c.c., con una qualsiasi forma testamentaria.

Il riconoscimento testamentario può essere accompagnato da disposizioni patrimoniali, ma può anche costituire l’unico contenuto del testamento.

La disciplina del riconoscimento testamentario segue quella del riconoscimento, per i profili sostanziali, e quella del testamento, per i profili formali trattandosi del mezzo prescelto per veicolare la volontà di riconoscere[18].

In particolare, per quanto concerne la capacità, valgono per il riconoscimento testamentario le regole che valgono per qualsiasi riconoscimento: è valido, quindi, il riconoscimento fatto mediante testamento dal sedicenne, tuttavia, il testamento sarà invalido relativamente alle altre disposizioni, stante la regola che fissa a diciotto anni l’acquisizione della capacità di testare[19].

 Dal punto di vista formale, prevale, tuttavia, la disciplina del testamento, il vizio di forma del testamento comporta, infatti, il venir meno anche del riconoscimento in esso contenuto, la dichiarazione potrà, tuttavia, costituire prova nel giudizio per la dichiarazione giudiziale.

Ulteriore forma di riconoscimento è prevista, nel 2° comma dell’art. 254 c.c., nella domanda giudiziale di legittimazione, tale riconoscimento ha effetto anche se la legittimazione non avviene.

Alle forme indicate all’art 254 c.c., deve aggiungersi quella prevista dall’art. 283 c.c., il quale ammette che il riconoscimento sia effettuato dai genitori all’atto del matrimonio.

Si è osservato che il riconoscimento all’atto del matrimonio, anche se contestuale alla celebrazione, rimane negozio separato rispetto al negozio matrimoniale[20].

All’atto del matrimonio può essere prestato tanto un riconoscimento congiunto quanto unilaterale.

In questo secondo caso, fermo restando che il riconoscimento unilaterale varrebbe a far acquistare al figlio lo stato di legittimato solo quando segua al riconoscimento già compiuto in precedenza dall’altro coniuge, quando si tratti cioè del secondo riconoscimento, non dovrebbe tuttavia esservi ostacolo ad ammettere, proprio in ragione dell’autonomia del riconoscimento, che all’atto del matrimonio possa essere prestato anche solo il primo riconoscimento, purchè in esso non si faccia menzione dell’altro coniuge quale possibile genitore[21].

Altra forma di riconoscimento è quello prenatale.

Tale forma di riconoscimento  è subordinato, nella sua efficacia, alla condizione della successiva nascita del figlio.

Al fine di identificare il concepito, il riconoscimento prenatale deve necessariamente contenere l’indicazione della madre.

È opinione diffusa che, dal coordinamento tra questa disposizione e quella contenuta nell’art. 258 comma 2° e 3° c.c. ove si vieta l’inserimento nell’atto di riconoscimento di indicazioni relative all’altro genitore, discenda, dunque, l’impossibilità per il padre di riconoscere il figlio concepito prima che il figlio sia stato riconosciuto dalla madre[22].

In senso opposto, si è tuttavia rilevato che l’art. 254 c.c. prevede il riconoscimento prenatale come forma generale di riconoscimento e che le esigenze di tutela della riservatezza della madre non possono portare a sacrificare del tutto il diritto del padre a riconoscere il figlio prima della nascita, diritto che la giurisprudenza riconosce costituzionalmente garantito, ben potendo tali esigenze essere soddisfatte attraverso l’adozione, da parte dell’ufficiale dello stato civile che riceve l’atto, di apposite cautele, come ad esempio quella di secretare in atto separato il nome della madre[23].

  L’IMPUGNAZIONE DEL RICONOSCIMENTO

 L’azione di impugnazione del riconoscimento appare fondarsi su due specifici e distinti presupposti.

Da un lato, infatti, è impugnabile il riconoscimento non veridico, cioè l’atto di chi dichiara come proprio figlio colui che in effetti non lo è.

Dall’altro lato, è impugnabile il riconoscimento, pur se veridico, effettuato da soggetto non in grado di valutare appieno le conseguenze del suo atto, il quale perde il requisito della spontaneità, in virtù di fattori intrinseci al soggetto, quale è la condizione di interdizione, ovvero di comportamenti estranei alla parte, ma idonei a incidere sulla sua libera determinazione volitiva[24].

Alla base della previsione dell’azione di impugnazione per difetto di veridicità sta l’esigenza di adeguare la realtà giuridica, documentata nell’atto, alla realtà obiettiva della filiazione[25]: di qui l’irrilevanza della buona o mala fede dell’autore del riconoscimento.

Legittimati attivi all’impugnazione sono l’autore del riconoscimento, il riconosciuto e chiunque vi abbia interesse.

Tale ultimo riferimento deve essere inteso come riguardante solo chiunque abbia un interesse apprezzabile ed attuale anche solo morale[26].

Tra i soggetti che potrebbero vantare un simile interesse, possono annoverarsi: il verogenitore, il figlio a cui spetterebbe la qualifica non di figlio naturale ma di figlio legittimo in quanto nato in costanza di matrimonio, il marito di colei che abbia falsamente riconosciuto il proprio figlio come naturale anziché come figlio legittimo.

L’amplissima legittimazione attiva che assiste l’impugnazione per difetto di veridicità, si contrappone alla legittimazione ad agire con l’azione di disconoscimento della paternità, che è invece riconosciuta ex art. 244 c.c. solo a determinati soggetti, tra i quali non è compreso il vero padre: anche relativamente a questo profilo si evidenzia, dunque, una disparità di trattamento tra filiazione legittima, rispetto alla quale il favor legitimitatisprevale sull’esigenza di verità dello stato familiare, e filiazione naturale in cui il principio del favor veritatis trova applicazione[27].

Non è legittimato attivo il pubblico ministero, fatta eccezione per l’ipotesi in cui sia iniziata l’azione penale ai sensi dell’art. 495 c.p., nel caso, cioè di falsa attestazione odichiarazione a un pubblico ufficiale sull’identità o su qualità personali proprie o di altri.

Poiché l’azione di impugnazione è prevista al fine esclusivo di adeguare la realtà giuridica alla realtà obiettiva della filiazione, per ragioni dunque di certezza degli stati familiari, l’impugnazione del riconoscimento può essere proposta anche da colui che era in mala fede ovvero consapevole della non veridicità del medesimo[28].

Parte della dottrina evidenzia, peraltro, come il principio del favor veritatis, a cui la norma si ispira si ponga in contrasto con il generale principio dell’autoresponsabilità nella dichiarazione, nella misura in cui consente a colui che abbia consapevolmente compiuto un riconoscimento non vero di rimuovere, anche a distanza di molto tempo, il rapporto di filiazione , in tal modo arrecando evidente danno al figlio[29], il quale potrebbe, almeno in alcuni casi, perder il cognome del genitore, e se minorenne anche subire l’allontanamento dall’ambiente familiare.

La legittimità dell’art. 263 c.c., è stata ribadita dalla Corte Costituzionale, la quale con sentenza 22 aprile 1997 n. 112, ha ritenuto infondata la questione di legittimità della norma in questione nella parte in cui non prevede che l’impugnazione possa essere accolta solo quando sia ritenuta dal giudice rispondente all’interesse del minore, motivando la decisione con il rilievo che l’azione di impugnazione per difetto di veridicità si informa “al principio di ordine superiore che ogni falsa apparenza di stato deve cadere”, la stessa Corte Costituzionale, con la sentenza 14 maggio 1999, n. 170, ha affermato che”nella crescente considerazione del favor veritatis non può ravvisarsi una ragione di conflitto con il favor minoris, poiché, anzi, la verità biologica della procreazione è una componente essenziale dell’interesse del medesimo minore, riconoscendosi espressamente l’esigenza di garantire al figlio il diritto alla propria identità e precisamente all’affermazione di un rapporto di filiazione veridico”.

Stante l’orientamento della Corte Costituzionale e il chiaro dettato normativo, i rilievi critici della dottrina non dovrebbero, pertanto, condurre a negare al genitore la possibilità di impugnare il falso riconoscimento compiuto in mala fede, ma solo a riconoscere la responsabilità civile del genitore e quindi l’obbligo a suo carico, ex art. 2043 c.c. di risarcire il danno che il figlio abbia subito[30].

Parte della dottrina riteneva che analoga soluzione dovesse trovare applicazione anche nel caso di colui che intenda impugnare il riconoscimento del figlio concepito grazie ad una tecnica di fecondazione eterologa a cui abbia in precedenza consentito[31].

In senso contrario altra parte della dottrina, si richiamava al principio di autoresponsabilità nelle scelte procreative, che impegnerebbe colui che ha assunto consapevolmente la paternità nei confronti del soggetto destinato a nascere a seguito dell’inseminazione[32].

La disputa è ora, in ogni caso, testualmente risolta dalla legge 19 febbraio 2004, n. 40, in materia di procreazione medicalmente assistita, la quale, da un lato, prevede il divieto di ricorso a tecniche di fecondazione assistita di tipo eterologo, ma, al contempo, stabilisce che il convivente che, in violazione del divieto, abbia prestato il proprio consenso all’applicazione di tali tecniche non può impugnare il riconoscimento per difetto di veridicità.

La legittimazione passiva all’azione varia in funzione del soggetto che propone l’impugnazione.

Precisamente,  se l’azione è promossa dallo stesso riconosciuto, legittimato passivo è l’autore del riconoscimento.

Se l’azione è promossa dall’autore del riconoscimento, legittimato passivo è il figlio riconosciuto.

Infine, se l’azione è promossa da persona diversa dall’autore del riconoscimento, sonolegittimati passivi, il figlio riconosciuto e l’autore del riconoscimento.

Nei casi in cui il convenuto è un figlio minore, a questi deve essere nominato un curatore speciale, nei cui confronti instaurare il contraddittorio, non potendosi la rappresentanza in giudizio ritenersi legalmente attribuita all’altro genitore.

Perché l’impugnazione possa essere accolta, è necessario che sia provata l’assoluta impossibilità che il soggetto che abbia compiuto il riconoscimento sia il padre biologico della persona riconosciuta, l’inesistenza, quindi, e non la semplice incertezza del rapporto di filiazione[33].

L’oggetto della prova è diverso a seconda che sia impugnato il riconoscimento della madre o quello del padre.

Nel primo caso, la prova in parola potrà essere fornita solo dimostrando la supposizione di parto, la sostituzione di neonato o comunque il parto da madre diversa.

Se è impugnato il riconoscimento paterno occorre dimostrare l’impotenza di generare nel periodo del concepimento, o in mancanza, l’impossibilità di rapporti intimi tra l’autore del riconoscimento e la madre del riconosciuto[34].

La prova può essere data per testimoni o presunzioni, e in generale, con qualsiasi mezzo di prova, fatta eccezione per la confessione e il giuramento, trattandosi di situazione sottratta alla disponibilità delle parti.

E’ ammessa anche la prova ematologica: il convenuto non può essere costretto a sottoporsi ad essa, ma il rifiuto può costituire argomento di prova ex art. 118 c.p.c.

La Corte Costituzionale, con sentenza 30 dicembre 1987, n. 625, ha ritenuto non fondata la questione di legittimità costituzionale del 2° comma dell’art. 263 c.c., nella parte in cui ammette l’impugnazione, proponibile da chiunque vi abbia interesse, anche dopo la legittimazione: ne discende la proponibilità dell’impugnazione per difetto di veridicità anche dopo la legittimazione del figlio naturale per susseguente matrimonio o provvedimento del giudice.

In questi casi, lo stato di figlio legittimo di cui il figlio gode, si basa su due presupposti, il primo dei quali, il riconoscimento, è non veritiero.

Il venir meno del presupposto primario del riconoscimento determina allora il travolgimento anche della legittimazione[35].

In dottrina si è rilevato come, dalla regola che prevede l’imprescrittibilità dell’azione ex art. 263 c.c. e quella che sottopone, invece, l’azione di disconoscimento della paternità, a rigidi termini di decadenza, art. 244 c.c., emerga un’effettiva e ingiustificata disparità di trattamento tra le due situazioni: solo nella filiazione legittima, infatti, e non anche in quella naturale, il perdurare del tempo risulta idoneo a consolidare uno stato familiare non veritiero[36].

Tuttavia, la Corte Costituzionale, investita della questione di illegittimità costituzionale dell’art. 263 c.c. relativamente all’art. 3 Cost., e basata sul rilievo, che mentre l’azione per l’impugnazione della veridicità del riconoscimento del figlio naturale è imprescrittibile, invece l’azione di disconoscimento del figlio legittimo deve essere proposta entro termini di decadenza, ha affermato l’infondatezza della questione, sul presupposto dell’incomparabilità della situazione del figlio legittimo, “il cui status può essere contestato dal padre entro termini di decadenza, stante la presunzione di paternità, e la situazione del figlio riconosciuto, il cui status è tutelato solo in considerazione della veridicità della filiazione[37].

Competente a decidere sull’impugnazione per difetto di veridicità è il Tribunale ordinario, l’azione è rinunciabile.

La sentenza che accoglie l’impugnazione, ha l’effetto di precludere un nuovo riconoscimento da parte della stessa persona; rende, inoltre, improponibile l’azione di reclamo, da parte di chi è stato riconosciuto, contro l’autore del riconoscimento.

La sentenza di rigetto preclude alle parti in causa di agire per un accertamento difforme.

L’art. 265 c.c. disciplina l’impugnabilità del riconoscimento per violenza.

Tale tipo di impugnazione non mira ad accertare la mancata veridicità del riconoscimento, ma la costrizione della volontà del suo autore, il quale ha riconosciutoun figlio effettivamente proprio, ma non spontaneamente, bensì, coartato da una grave minaccia.

La legittimazione dell’impugnazione, per tale motivo, è conferita unicamente all’autore del riconoscimento, il quale è l’unico soggetto portatore dell’interesse a rimuovere gli effetti dell’atto da lui compiuto.

Qualora l’autore non ritenga di impugnare l’atto, esso è valido ed efficace per ogni effetto.

L’impugnazione per violenza è destinata a, rimuovere l’atto di riconoscimento, e non ad incidere sul rapporto di filiazione; pertanto, successivamente all’impugnazione, l’autore del riconoscimento impugnato può ripetere l’atto stesso[38].

L’atto di riconoscimento, anche se estorto con violenza, può inoltre costituire mezzo di prova nel giudizio per l’accertamento giudiziale della paternità o maternità.

Circa i requisiti della violenza, essi sono i medesimi della violenza contrattuale.

La violenza deve, quindi, consistere nella minaccia di un male ingiusto e notevole, tale da impressionare una persona sensata; non ogni forma di costringimento della volontà assurge a violenza, bensì solo quella forma in cui la richiesta di compimento dell’atto si accompagna a tale grave minaccia.

Come nella materia contrattuale, è rilevante anche la violenza proveniente da un terzo.

Errore e dolo non viziano il riconoscimento in quanto tali, bensì solo in quanto abbiano prodotto un riconoscimento non veridico[39].

L’impugnazione per violenza è, infatti, prevista a tutela della sola libertà di autodeterminazione, per cui appare di contro irrilevante il procedimento interno della formazione della volontà, quando esso si sia poi tradotto in un riconoscimento veritiero[40].                 

Il termine annuale posto dall’art. 265 c.c. è termine di decadenza.

Tale termine decorre dalla data di cessazione della violenza, che potrebbe non coincidere con la data del riconoscimento, per essersi la violenza protratta nel tempo.

Se l’autore del riconoscimento è minorenne, l’azione, durante la minore età, può essere esercitata tramite il legale rappresentante[41].

Ai sensi del 2° comma dell’art. 265 c.c., l’azione può essere promossa entro un anno dal raggiungimento della maggiore età: tale norma va coordinata con il precedente comma, pertanto deve ritenersi che la decadenza dall’azione, anche per l’autore del riconoscimento minorenne, intervenga entro un anno dalla cessazione della violenza; quindi l’azione andrà proposta entro un anno dal raggiungimento della maggiore età, qualora la violenza sia cessata prima della data di compimento del 18° anno, ovvero dopo un anno dalla cessazione della violenza, quando tale cessazione sia successiva[42].

La previsione dell’art. 266 c.c. contempla la possibilità di impugnazione del riconoscimento per effetto di interdizione giudiziale.

Dalla norma può trarsi una prima, fondamentale indicazione: l’interdetto è soggetto legittimato a riconoscere il figlio, sebbene il suo riconoscimento sia soggetto ad impugnazione.

Pertanto, è un atto pienamente efficace e produttivo di effetti, sino alla sua impugnazione.

Tale interpretazione sembra aderente con le esigenze di adeguata tutela del soggetto interdetto, il quale, pur se sofferente di malattia psichica, è in grado di instaurare relazioni affettive di tipo familiare[43].

L’impugnazione del riconoscimento effettuata dall’interdetto è atto dettato nel suo esclusivo interesse, in quanto trova il proprio presupposto nel difetto di spontaneità nella formazione del processo di autodeterminazione.

Tale riconoscimento, infatti, è riconoscimento veritiero: l’interdetto non impugna l’atto in quanto, in virtù del suo stato, ha riconosciuto come proprio un figlio non suo, bensì in quanto l’atto, in sé, non è stato liberamente compiuto, per l’alterazione conseguente allo stato[44].

L’impugnazione può essere proposta dallo stesso interdetto, o dal suo rappresentante legale, entro un anno dalla revoca dell’interdizione, tuttavia, se l’autore del riconoscimento muore senza essere incorso in decadenza, l’azione può essere promossa dai discendenti, ascendenti o eredi.

Poiché ciò che si va a tutelare è il principio di libera autodeterminazione, l’atto è meramente annullabile e l’impugnazione, dettata nel solo interesse dell’autore del riconoscimento, si prescrive nel termine di un anno dal raggiungimento della maggiore età, in applicazione analogica del termine previsto per il riconoscimento viziato da violenza[45].

La previsione dell’art. 266 c.c. è tassativa e dunque, non può estendersi né all’interdizione legale, né all’inabilitazione, né all’incapacità naturale[46].

Del pari, risulta irrilevante la circostanza che l’interdetto giudiziale abbia provveduto al riconoscimento di figlio naturale durante un lucido intervallo.

In tutti i casi di impugnazione del riconoscimento, il giudice può dare in corso di giudizio, i provvedimenti che ritenga opportuni nell’interesse del figlio: essi possono riguardare tanto gli atti dello stato civile, quanto la situazione del riconosciuto, soprattutto se minorenne.

Per i provvedimenti in questione il giudice è legittimato ad procedere anche di ufficio[47].

  

 

 

 

 

 

 

 



[1] Ferrando, in Trattato di diritto di famigliaCollura, Lenti, Mantovani, Milano, 2002.

[2] Ubaldi, Il riconoscimento del figlio naturale, in Trattato di diritto di famiglia, Collura, Lenti, Mantovani, Milano, 2002. 14 agosto 1998, n. 8042, in

[3] Cass., 11 dicembre 1995, n. 12642, in Nuova giur. civ. comm.,1997, I, 266, Cass., 14 agosto 1998, n. 8042, in Fam. Dir., 1999, 271, e Cass., 22 novembre 2000, n. 15063, in Mass. Giur. it., 2000.

[4] Ubaldi, Il riconoscimento del figlio naturalein op. cit.

[5] Sesta Lena Valignani, Filiazione naturale. Statuto e accertamento, Ipsoa, 2001.

[6] Sesta Lena Valignani, Filiazione naturale. Statuto e accertamento,op. cit.

[7] Cian – Trabucchi, Commentario breve al diritto di famigliaCedam, 2008.

[8] Dusi –Brugi, Della filiazione e dell’adozione, II, Marghieri –Utet, 1925.

[9] Sesta, La filiazione, in Trattato Bessone, Giappichelli 1999.

[10] Bianca, La famiglia. Le successioni, Giuffrè, 2001.

[11] Ubaldi, Il riconoscimento del figlio naturale, op. cit.

[12] Cass., 16 marzo 1999, n. 2338, in Giust. Civ., 1999, I, 1601.

[13] F. Della Casa, M. Dogliotti, G. Ferrando, A. Figone, F. Mazza Galanti, R. Spallarossa, Famiglia e Servizi, Milano, 2001.

[14] Cian- Trabucchi, Commentario breve al diritto di famiglia, op. cit.

[15] Majello, Della filiazione naturale, e della legittimazione, in Commentario Scialoja- Branca, Zanichelli, 1982.

[16] P. Ubaldi, Il riconoscimento del figlio naturale, op. cit.

[17] Bianca, La famiglia, le successioni, op. cit.

[18] Ferrando, Filiazione legittima e naturale, in Digesto, IV, Utet, 1993.

[19] Sesta- Lena- Valignani, Filiazione naturale. Statuto e accertamento, op. cit.

[20] P. Ubaldi, op. cit.

[21] Cian- Trabucchi, Commentario breve al diritto di famiglia, op. cit.

[22] Majello, op. cit.

[23] Bianca, La famiglia. Le successioni op. cit.

[24] P. Ubaldi, Il riconoscimento del figlio naturale, op. cit.

[25] Ferrando, La filiazione naturale, in Trattato Rescigno, Utet, 1997.

[26] Bianca, La famiglia. Le successioni, op.cit.

[27] Cian- Trabucchi, Commentario breve al diritto di famiglia, op. cit.

[28] Majello, Della filiazione naturale e della legittimazione, in Commentario del codice civile, Scialoja-Branca, Zanichelli, 1982.

[29] Busnelli, La disciplina dei vizi del volere nelle confessioni e nel riconoscimento dei figli naturali, in Riv. trim. dir proc. Civ. 1969.

[30] P. Ubaldi, Il riconoscimento del figlio naturale, in Trattato di diritto di famiglia, Giuffrè, 2002.

[31] Sesta, voce Filiazione, in Enc. Dir. Aggiornamento, IV, Giuffrè, 2000.

[32] Ferrando, Inseminazione eterologa e disconoscimento di paternità tra Corte Costituzionale e Corte di Cassazione, in Nuova giur. civ. comm., II, 1999.

[33] Ferrando, Il rapporto di filiazione naturale, in Il diritto di famiglia, Trattato Bonilini- Cattaneo, Utet, 1997.

[34] Majello, Della filiazione naturale e della legittimazione, op. cit.

[35] Cian- Trabucchi, Commentario breve al diritto di famiglia, op.cit.

[36] P. Ubaldi, La posizione del figlio naturale, op. cit.

[37] Corte Costituzionale, sent. n. 158 del 18 aprile 1991, in Giust. civ., 1991, I.

[38] P. Ubaldi, La posizione del figlio naturale, op. cit.

[39] Basini, Il riconoscimento del figlio naturale, in Trattato Bonilini- Cattaneo, III, Utet, 1997.

[40] Ferrando, ult. op. cit.

[41] Majello, ult. op. cit.

[42] P. Ubaldi, La posizione del figlio naturale, op. cit.

[43] V. Lisella, Interdizione “giudiziale” e tutela della persona. Gli effetti dell’incapacità legale, Esi, 1984.

[44] P. Ubaldi, La posizione del figlio naturale, op. cit.

[45] Bianca, La famiglia. Le successioni, op. cit.

[46] Corte Cass., sent. n. 10838 del 5 novembre 1997, in Dir. Fam. pers., 1998.

[47] Della Casa- Dogliotti- Ferrando- Figone- Galanti- Spallarossa, Famiglia e servizi, Milano, 2001.

 

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