SUCCESSIONE EREDITA Roma: successione Della successione nella famiglia legittima

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Della successione nella famiglia legittima

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Secondo il dettato dell’art. 30 della Costituzione , la legge assicura ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, salvo il limite di compatibilità con  i diritti dei membri della famiglia legittima.

L’art. 252 c.c. specifica questo limite nell’esigenza di proteggere l’intimità e l’armonia spirituale della convivenza all’interno del nucleo familiare già esistente contro il rischio dei familiari di dover subire l’inserimento di un nuovo componente ad esso estraneo.

Allo stesso tempo, esso tutela anche l’interesse del figlio riconosciuto a non essere inserito in un ambiente ostile, ad evitare, dunque, un inserimento che potrebbe rivelarsi pregiudizievole per la formazione della sua stessa personalità[1].

L’art. 252 c.c. conferma che la prevalenza che la norma costituzionale assegna ai componenti della famiglia legittima rispetto ai figli naturali non ha carattere generale ma è strettamente limitata a quei casi in cui l’inserimento del figlio naturale rappresenta, in concreto, un rischio per i figli legittimi.

La tutela di tali interessi è rimessa al Tribunale dei minorenni, il quale autorizza l’inserimento del figlio riconosciuto nella famiglia legittima solo se esso appaia non contrario all’interesse del minore e vi sia il consenso del coniuge del genitore e degli eventuali figli legittimi conviventi e ultrasedicenni.

In realtà, la complessa procedura di inserimento, appare dettata non nell’interesse del figlio riconosciuto o almeno non solo per questo, bensì anche per la tutela della famiglia legittima stessa.

Tale tutela trova fondamento, certamente, nell’art. 30 della Costituzione; tuttavia occorre chiedersi, alla luce di un’interpretazione attuale del dettato costituzionale, conforme all’evoluzione sociale, se l’attuale struttura dell’inserimento sia effettivamente rispondente alle esigenze costituzionalmente rappresentate.

La forma dell’inserimento appare, infatti, unilateralmente orientata, se si considera che il consenso del figlio, o meglio il suo rifiuto, non sembrano avere considerazione, mentre il consenso del coniuge del genitore ha natura concessoria, surrogandosi tale consenso con la presenza dei presupposti, in via alternativa, della previa convivenza o del previo riconoscimento del figlio naturale.

Il figlio non possiede certo analoga facoltà, dovendo egli subire sia un suo inserimento nella famiglia del genitore, sia l’inserimento del coniuge del genitore nella sua famiglia, nel caso di matrimonio successivo al riconoscimento.

La ratio del sistema previsto dall’art. 252 c.c. è da individuarsi nell’esigenza di tutela della famiglia legittima, come previsto dall’art. 30 Cost., per cui i diritti dei figli naturali sono soggetti a cedere qualora si pongono in contrasto con i diritti dei membri della famiglia legittima.

Tuttavia, il sistema creato dalla norma, con la previsione del consenso all’inserimento da parte del coniuge e dei figli legittimi ultrasedicenni, se conviventi, pone tale soggetti in una posizione di assoluta supremazia, concedendo loro un potere di veto alla convivenza del figlio, mentre, al contrario nessun interpello è previsto per il figlio stesso, il quale non è chiamato, almeno nella previsione dell’art. 252, ad esprimere alcuna volontà sulla futura eventuale convivenza, neppure se sia ultrasedicenne, o abbia facoltà di discernimento.

Nella disciplina dell’art. 252 c.c. si può identificare, tuttavia, un’astratta forma di tutela anche per il figlio, in quanto l’intervento giudiziale è idoneo a valutare le difficoltà che eventualmente si frapporrebbero per il figlio nella convivenza, al fine di evitargli convivenze in ambienti ostili.

La norma ha esclusivo riferimento al figlio naturale minorenne, infatti il riferimento normativo è ad un soggetto da affidare, e quindi minore di età; se il figlio è maggiorenne, anche se non autonomo, non si applicherà la procedura ex art. 252 c.c. per l’inserimento, ma la decisione sarà rimessa al mero accordo delle parti.

In mancanza di tale accordo, i coniugi potranno richiedere l’intervento del giudice ai sensi dell’art. 145 c.c.

Il 1° comma dell’art 252 c.c., si applica solo nella fattispecie in cui l’accertamento dello stato di filiazione intervenga in costanza di matrimonio e non trova applicazione, invece, quando il figlio sia riconosciuto da genitore convivente, in un ambito di famiglia di fatto.

Ciò dimostra che l’intento primario risiede nella tutela della famiglia legittima, e che la protezione del minore, al fine di non inserirlo in situazioni di convivenza nelle quali la sua presenza non sia gradita, è effetto solo gradato e riflesso  rispetto a tale esigenza di tutela primaria.

Il primo comma dell’art. 252 c.c. costituisce un’applicazione del disposto dell’art. 317 bis c.c.: quando i genitori non convivono e uno dei due (o entrambi)  sia coniugato con altro soggetto, è il giudice a decidere sull’affidamento del minore e a disporre tutti gli opportuni provvedimenti a tutela dello stesso.

Tale norma si applica anche nell’ipotesi di unico riconoscimento, da parte del genitore coniugato, qualora non sia possibile l’inserimento del figlio naturale nella famiglia del genitore che lo ha riconosciuto; in tal caso il giudice potrà disporre l’affidamento del minore a terzi; ovvero affidare il minore al genitore, ma stabilire che lo stesso conviva con altri.

L’affidamento a terzi, ovvero la disposizione sulla convivenza con persone diverse dai genitori è possibile, peraltro, anche quando i genitori sono entrambi coniugati, e non appare praticabile l’inserimento in nessuno dei due nuclei familiari, ovvero quando nessuno dei genitori richieda tale inserimento, oppure nel caso in cui viene respinta la richiesta in tale senso formulata da uno solo dei genitori.

La procedura disciplinata dal 2° comma dell’art. 252 c.c., in un’ottica primaria di tutela della famiglia legittima, si basa su un sistema binario di intervento: da un lato il potere di acconsentire all’inserimento, concesso al coniuge e ai figli ultrasedicenni, ma, dall’altro lato, un accertamento sull’opportunità di tale inserimento, comunque effettuato dal giudice, nell’interesse della famiglia legittima, ma anche del figlio naturale.

Il consenso degli aventi diritto non è quindi sufficiente, in quanto la situazione va proiettivamente esaminata dal Tribunale.

L’autorizzazione, quindi, potrà essere negata quando si ravvisi che il consenso è stato espresso, ma non sussiste un’effettiva adesione della famiglia all’accoglimento del figlio, ovvero, anche quando il figlio stesso abbia manifestato ostilità all’inserimento[2].

Il richiamo normativo al riconoscimento “durante il matrimonio” consente di escludere la necessità dell’autorizzazione nell’ipotesi di intervenuto scioglimento, per morte del coniuge o per divorzio.

L’elemento fondamentale su cui si basa l’istituto dell’autorizzazione all’inserimento sembra essere proprio la convivenza della famiglia legittima, la sua permanenza come nucleo unitario e stabile: pertanto, se il genitore è separato, seppur solo di fatto, viene meno il presupposto su cui si fonda l’istituto e l’autorizzazione non sarà necessaria.

Si ritiene, quindi, che perno della disciplina normativa sia il rapporto di coniugio attuale del genitore che ha riconosciuto: se tale rapporto è venuto meno, anche solo di fatto, non vi è motivo per ostacolare l’insorgenza dei normali rapporti genitore – figlio.

Occorre, inoltre, tener conto della circostanza che l’altro coniuge, divorziato o separato, sarebbe spesso portato ad esprimere volontà ostruzionistiche, anche per ostilità nei confronti dell’altro coniuge.

Quando, in assenza del coniuge, il genitore si trovi a convivere con i propri figli legittimi, la procedura non sembra da attivarsi: ammettere, in tal caso, nell’ambito di uno status soggettivo identico, quale è quello della filiazione, una supremazia dei figli legittimi, in quanto tali, consentendo loro, se ultrasedicenni, di ostacolare l’inserimento familiare del proprio fratello naturale, è in contrasto pieno con la parificazione attuale del figlio naturale al figlio legittimo.

L’autorizzazione viene concessa dal Tribunale quando l’inserimento “non sia contrario all’interesse del minore”.

In un’ottica di tutela del figlio naturale, la norma andrà, invece, interpretata in modo inverso, privilegiando l’inserimento, a meno che esso non sia contrario all’interesse del minore.

Il consenso del coniuge va espresso, come abbiamo visto, solo se il rapporto coniugale sia pienamente in atto, e quindi sussiste un’effettiva convivenza dei genitori.

Se il coniuge è incapace, il consenso sarà espresso dal tutore.

Non sussiste legittimazione del rappresentante legale ad esprimere il consenso per i figli infrasedicenni, la cui manifestazione di volontà non è prevista.

Chiamati ad esprimere il consenso sono, invece, i figli ultrasedicenni, anche se maggiorenni ed autonomi, purchè conviventi: sembra infatti di ravvisare nell’appartenenza al nucleo familiare convivente, il titolo ad esprimere il consenso, e non piuttosto la dipendenza economica dal genitore.

Anche il consenso dei figli non ammette surrogazioni giudiziali.

Si deve ritenere poi che debbano esprimer il consenso, in quanto conviventi nel nucleo familiare, i figli naturali già inseriti all’interno della famiglia legittima.

E’ invece sindacabile giudizialmente l’eventuale rifiuto di consenso da parte dell’altro genitore: tale espressione è, infatti, unicamente prevista nell’interesse del minore e in caso di mancato consenso, non motivato, potrà essere avviata una procedura ai sensi dell’art. 333 c.c.

Il minore figlio naturale, anche se ultrasedicenne, non è chiamato ad esprimersi; la disposizione è lesiva degli interessi del minore e contrastante con le previsioni della Convenzione di New York del 1989, deve tuttavia ritenersi che, a seguito anche dell’approvazione  della recente legge in tema di adozione, la necessità di audizione del minore, quando abbia facoltà di discernimento, nelle procedure che lo riguardano, assurga a principio generale dell’ordinamento in materia di diritto familiare, per cui diviene obbligatorio sentire il minore, anche nella fattispecie di cui ci occupiamo.

Nell’ipotesi in cui il minore sia stato riconosciuto prima del matrimonio, la procedura di intervento giudiziale è omessa: la valutazione sull’opportunità dell’inserimento non viene più effettuata, ed esso è rimesso al doppio sistema di consenso da parte del coniuge e da parte dell’altro genitore, ove esistente.

Il consenso del coniuge, tuttavia, non è necessario ove il figlio fosse già convivente con il genitore, al momento del matrimonio, oppure se l’altro coniuge conoscesse l’esistenza del figlio.

Il primo presupposto contiene in sé anche il secondo: se il figlio convive con il genitore e la circostanza è nota al coniuge, questi non è chiamato ad esprimere alcun consenso, in quanto si presume che, con il consenso al matrimonio, egli abbia accettato anche la convivenza con il figlio del coniuge.

Impropriamente, in questo caso, si parla di “inserimento”, in quanto, se il figlio già convive con il genitore, è il nuovo coniuge a sopraggiungere nel nucleo familiare.

Il secondo presupposto, è la conoscenza della filiazione naturale da parte del coniuge, al momento del matrimonio.

In tal caso, il consenso non è richiesto, pur se l’inserimento è successivo.

La previsione dell’art. 252 c.c. è, quindi, in relazione al solo binomio famiglia legittima – figlio naturale, in quanto in un’ottica certamente di protezione della famiglia legittima, ma anche di prudente ostilità verso il figlio naturale, il legislatore ha ritenuto di disciplinare unicamente tale inserimento.

Quindi sono escluse tute le altre ipotesi, che potrebbero tuttavia presentare analoghe difficoltà e incompatibilità: il figlio naturale che si inserisce  nella famiglia naturale, il figlio legittimo nella famiglia naturale, il figlio legittimo in una nuova famiglia legittima.

In questa ultima ipotesi abbiamo ugualmente, in particolare, un’esigenza di tutela della famiglia legittima, che tuttavia non appare al legislatore particolarmente rilevante, in quanto l’inserimento del figlio legittimo appare per principio più agevole, ovvero imprescindibile.

Se ne deduce che la norma sull’inserimento è norma che solleva pesanti dubbi di illegittimità costituzionale, per la disparità di trattamento che essa crea.


Bianca, La famiglia. Le successioni, op. cit.

Majiello, Della filiazione naturale e della legittimazione op. cit.

 

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