SUCCESSIONE EREDITA Roma: successione Cassazione civile, Sentenza 17.11.2010 n. 23215 Donazione, donazione indiretta

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Cassazione civile, Sentenza 17.11.2010 n. 23215 Donazione, donazione indiretta

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La Sentenza  riportata prende in considerazione l'ipotesi  della ravvisata 

sussistenza di un atto di donazione dissimulato, sotto forma di un'atto a 

titolo oneroso, nonchè  la nullità e l’inefficacia del medesimo  per 

mancanza delle forme prescritte a pena di nullità dall’art. 782 c.c.. Nella 

fattispecie,  si tratta della mancata acquisizione del certificato 

catastale.
Orbene, all’esito dell’espletata istruttoria, il giudice unico del Tribunale 

ritiene che l’atto impugnato dovesse qualificarsi, in realtà, come un 

“negotium mixtum cum donatione” e cioè di una vendita mista a donazione.
 Senonchè, la Corte di appello adita, con sentenza n. 863 del 2004, 

accoglieva la formulata impugnazione e, in riforma della gravata sentenza, 

dichiarava la nullità del richiamato atto di compravendita , con l'effetto, 

che il trasferimento immobiliare  si sarebbe dovuto ritenere avvenuto a 

titolo di liberalità . 
A fronte di tale ricostruzione, la Corte ha ritenuto che, nella specie, 

ricorresse una figura di contratto misto, caratterizzato da un concorso di 

motivi in parte di natura onerosa e in parte gratuita, la cui 

regolamentazione soggiaceva al criterio della prevalenza, ragion per cui, 

essendo predominante nel caso esaminato l’“animus donandi”, l’atto avrebbe 

dovuto essere concluso nella forma pubblica prevista dall’art. 782 c.c., con 

derivante sua nullità ed inefficacia nei riguardi degli appellanti. 
Così decidendo,  la Corte d’appello genovese è, però, incorsa nell’errore di 

procedere ad una impropria qualificazione della fattispecie rappresentata 

dal “negotium mixtum cum donatione” che, per giurisprudenza ormai costante 

di questa Corte:" il “negotium mixtum cum donatione” non deve rivestire la 

forma prescritta per la donazione diretta ma quella propria dello schema 

negoziale effettivamente adottato". 
Cassando la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di 

appello di Genova, ottemperante al seguente principio di diritto: «nel 

“negotium mixtum cum donatione”, la causa del contratto ha natura onerosa ma 

il negozio commutativo stipulato tra i contraenti ha lo scopo di raggiungere 

per via indiretta, attraverso la voluta sproporzione tra le prestazioni 

corrispettive, una finalità diversa e ulteriore rispetto a quella dello 

scambio, consistente nell’arricchimento, per puro spirito di liberalità, di 

quello tra i contraenti che riceve la prestazione di maggior valore 

realizzandosi così una donazione indiretta; conseguentemente, per la 

validità di tale “negotium”, non è necessaria la forma della donazione ma 

quella prescritta per lo schema negoziale effettivamente adottato dalle 

parti, sia perché l’art. 809 c.c., nel sancire l’applicabilità delle norme 

sulle donazioni agli altri atti di liberalità realizzati con negozi diversi 

da quelli previsti dall’art. 769 c.c., non richiama l’art. 782 c.c., che 

prescrive la forma dell’atto pubblico per la donazione, sia perché, essendo 

la norma appena richiamata volta a tutelare il donante, essa, a differenza 

delle norme che tutelano i terzi, non può essere estesa a quei negozi che 

perseguono l’intento di liberalità con schemi negoziali previsti per il 

raggiungimento di finalità diverse».

Cassazione civile, Sentenza 17.11.2010 n. 23215 
Donazione, donazione indiretta.

La II Sezione Civile
Svolgimento del processo
Con atto di citazione notificato il 16 novembre 1998, i signori S. M., P. 

Lu. e P. L., nella loro qualità di eredi di P. M., convenivano in giudizio 

dinanzi al Tribunale di Savona i sigg. L. S. e L. M. G., esponendo di essere 

creditori di somme pecuniarie nei riguardi del predetto L. M. in dipendenza 

del riconoscimento, con sentenze passate in giudicato, della responsabilità 

concorrente dello stesso L. M. e del suddetto P. M. nell’incidente stradale 

in cui quest’ultimo era deceduto (in data omissis) e del loro conseguente 

diritto ad ottenere da costui il risarcimento dei danni, quali eredi appunto 

del P. M.. A sostegno della proposta domanda gli attori evidenziavano che la 

sentenza (poi passata in giudicato) mediante la quale il L. M. era stato 

condannato al risarcimento dei danni in loro favore era stata depositata il 

22 ottobre 1992 e che, con rogito del successivo 5 novembre 1992, il 

medesimo L. M. aveva venduto alla moglie S. L. l’unico bene immobile di sua 

proprietà, precisando, nell’atto pubblico, di aver già interamente versato 

il prezzo, da ritenersi di gran lunga inferiore al valore reale del bene, e 

che, stante l’urgenza, si era proceduto senza aver acquisito il certificato 

catastale. Conseguentemente, i predetti attori, assumendo che tale atto 

dovesse ritenersi simulato, chiedevano all’adito Tribunale di dichiarare, in 

via principale, la nullità ed inefficacia dell’indicato rogito stipulato per 

notar L. in data 5 novembre 1992 (rep. n. omisssi) nei loro confronti e, in 

linea subordinata, nel caso di ravvisata sussistenza di un atto di donazione 

dissimulato sotto la forma dell’atto a titolo oneroso, la nullità e 

l’inefficacia del medesimo nei loro riguardi per mancanza delle forme 

prescritte a pena di nullità dall’art. 782 c.c.. 
Nella contumacia del L. M. e in seguito all’avvenuta costituzione della 

sig.ra S. (la quale aveva sostenuto che il prezzo della cessione 

dell’immobile da parte del coniuge rappresentava, in effetti, il frutto di 

una compensazione per una precedente operazione immobiliare), all’esito 

dell’espletata istruttoria, il giudice unico del Tribunale di Savona 

rigettava la domanda attorea, ritenendo che l’atto impugnato dovesse 

qualificarsi, in realtà, come un “negotium mixtum cum donatione”. 
In virtù di rituale appello interposto dai sigg. S. M., P. Lu. e P. L., la 

Corte di appello di Genova, nella resistenza della sig.ra S. L. e nella 

contumacia del L. M., con sentenza n. 863 del 2004, accoglieva la formulata 

impugnazione e, in riforma della gravata sentenza, dichiarava la nullità del 

richiamato atto di compravendita del 5 novembre 1992 intercorso tra il L. M. 

e la S., sul presupposto che in esso (da qualificarsi come contratto misto) 

la donazione avesse avuto fine prevalente rispetto al corrispettivo e che, 

pertanto, avrebbe dovuto essere concluso per atto pubblico ai sensi 

dell’art. 782 c.c.. 
Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione S. L., articolato 

su tre motivi, al quale hanno resistito con controricorso S. M., P. Lu. e P. 

L., che hanno, inoltre, proposto ricorso incidentale condizionato basato su 

due motivi, in relazione al quale, a sua volta, la S. ha resistito 

formulando, a sua volta, controricorso al ricorso incidentale ai sensi 

dell’art. 371, co. 4, c.p.c.. Il L. M. G. non risulta costituito in questo 

giudizio. 
Motivi della decisione
Il ricorso principale e quello incidentale condizionato devono, 

preliminarmente, essere riuniti perché relativi ad impugnazioni proposte 

avverso la stessa sentenza (art. 335 c.p.c.). 
1. Con il primo motivo la ricorrente principale S. L. denuncia - in ordine 

all’art. 360, n. 3, c.p.c. - violazione e falsa applicazione degli artt. 99, 

112, 183 c.p.c., nonché 1418 e 1421 c.c., assumendo che la Corte di appello 

di Genova, nel dichiarare la nullità dell’atto di compravendita per notar L. 

del 15 novembre 1992 (rep. omissis), stipulato tra la stessa e il coniuge L. 

M. G., aveva rilevato una causa di nullità dell’atto medesimo per causa 

diversa da quella prospettata dagli attori appellanti, i quali, in entrambi 

i gradi del giudizio di merito, avevano, in effetti, proposto domanda 

giudiziale di accertamento della natura simulata del suddetto atto, con sua 

conseguente dichiarazione di nullità, così incorrendo, con la sentenza 

impugnata, nel vizio di ultrapetizione. 
1.2. Con il secondo motivo la difesa della predetta ricorrente censura la 

sentenza oggetto di ricorso in sede di legittimità deducendo, in relazione 

all’art. 360, n. 3, c.p.c., la violazione e falsa applicazione degli artt. 

769, 770, 782, 809 e 1350 c.c., nonché - avuto riguardo all’art. 360, n. 5, 

c.p.c. - l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in merito ad 

un punto decisivo della controversia. In particolare, la S. prospetta, al 

riguardo, che, sul presupposto che tanto il giudice di primo grado che 

quello di appello avevano accertato (e, dunque, condiviso) che, nella 

fattispecie sottoposta al loro esame, il suddetto atto di compravendita 

fosse da ricomprendersi nello schema giuridico del “negotium mixtum cum 

donatione”, si doveva ritenere che aveva errato il giudice di appello nel 

farne conseguire l’applicabilità, quanto alla forma, della disciplina del 

negozio prevalente e non, invece, - come da ritenersi normativamente imposto 

- quella del negozio con il quale si era realizzata indirettamente la 

liberalità. 
1.3. Con il terzo motivo - ricondotto all’art. 360, nn. 3 e 5, c.p.c. - la 

stessa ricorrente principale denuncia, in via meramente subordinata e per la 

sola denegata ipotesi di mancato accoglimento di almeno uno dei due 

precedenti motivi, la violazione del diritto alla difesa in termini di 

errata e/o falsa applicazione degli artt. 345, 346 e 189 c.p.c., nonché, al 

riguardo, l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto 

della controversia prospettato dalle parti. In proposito, la difesa della S. 

deduce l’erroneità e l’illogicità dell’impugnata sentenza nella parte in cui 

la Corte territoriale aveva ritenuto di dover respingere le istanze 

istruttorie formulate da essa appellata, sull’infondato presupposto che le 

prove orali allegate nel suo interesse non era state reiterate in sede di 

precisazione delle conclusioni del primo grado di giudizio, con conseguente 

decadenza, nel mentre le relative istanze si sarebbero dovute intendere 

richiamate “per relationem” con il riferimento, compiuto all’udienza del 9 

febbraio 2001, alle conclusioni di cui alla comparsa di costituzione e di 

risposta, comprensive, appunto, delle richieste probatorie. 
2. Con il primo motivo del ricorso incidentale condizionato i sigg. S. M., 

P. Lu. e P. L. deducono, in relazione all’art. 360, nn. 3 e 5, c.p.c., la 

violazione e falsa applicazione degli artt. 1414, 1417 e 2729 c.c., nonché 

la violazione dell’art. 116 c.p.c. per assunta erroneità della valutazione 

degli elementi probatori (documentali e presuntivi) acquisiti al processo, 

oltre all’omessa motivazione su un punto decisivo della controversia, 

dolendosi, per il caso di accoglimento del ricorso principale, della 

sentenza impugnata con la quale non erano state apprezzate né valutate le 

loro argomentazioni volte a censurare la pronuncia del Tribunale di Savona 

che aveva rigettato entrambe le domande, principale di nullità per 

simulazione assoluta e subordinata di nullità per simulazione relativa, 

proposte da essi quali originari attori, omettendo, conseguentemente, la 

pronuncia su punti decisivi della controversia. 
2.1. Con il secondo motivo del ricorso incidentale condizionato i sigg. S. 

M., P. Lu. e P. L. censurano la sentenza impugnata, sempre con riferimento 

all’art. 360, nn. 3 e 5, c.p.c., per supposta violazione e falsa 

applicazione dell’art. 1414 c.c. in relazione all’art. 782 c.c., dell’art. 

1417 c.c. in relazione all’art. 2729 c.c., nonché violazione dell’art. 116 

c.p.c. per ritenuta erronea valutazione degli elementi probatori 

(documentali e presuntivi) acquisiti al processo, unitamente all’omessa 

motivazione su un punto decisivo della controversia. In proposito i 

ricorrenti incidentali prospettano la carenza dell’impugnata sentenza 

poiché, così come per la domanda principale intesa ad ottenere la 

dichiarazione della nullità del suddetto atto di compravendita per 

simulazione assoluta, aveva omesso di pronunciarsi sulla domanda subordinata 

di simulazione relativa, senza valutare l’idoneità degli elementi probatori 

acquisiti al riguardo e senza considerare che la divergenza tra il prezzo 

dichiarato nel contratto e il valore effettivo (per come accertato con la 

c.t.u.) dell’immobile oggetto della compravendita potesse costituire prova 

della dedotta simulazione. 
3. Il primo motivo del ricorso principale è infondato. 
Sul piano generale si osserva che il potere-dovere del giudice di 

qualificare giuridicamente l’azione e di attribuire il “nomen iuris” al 

rapporto giuridico sostanziale dedotto in giudizio, anche in difformità 

rispetto alle deduzioni delle parti, trova un limite - la cui sola 

violazione determina il vizio di ultrapetizione - nel divieto di sostituire 

l’azione proposta con una diversa, perché fondata su fatti diversi o su una 

diversa “causa petendi”, con la conseguente introduzione di un diverso 

titolo accanto a quello posto a fondamento della domanda, e di un nuovo tema 

di indagine. 
Orbene, nella controversia dedotta in giudizio, per come desumibile anche 

dalle stesse conclusioni finali riportate nella sentenza di appello 

impugnata, i sigg. S. M., P. L. e P. L., così come nella domanda 

introduttiva del giudizio di primo grado, oltre a richiedere in via 

principale la dichiarazione della nullità e dell’inefficacia del rogito per 

notar L. del 5 novembre 1992 (rep. n. omissis) nei loro confronti per 

simulazione assoluta di tale atto, avevano domandato, anche in appello, in 

via subordinata, per l’eventualità di ritenuta sussistenza di un atto di 

donazione dissimulato sotto la forma dell’atto a titolo oneroso, la 

declaratoria di nullità ed inefficacia dell’atto medesimo nei loro riguardi 

per difetto delle forme previste a pena di nullità dall’art. 782 c.c.. 

Pertanto, sulla scorta dei “petita” complessivamente dedotti, e, in special 

modo, della domanda avanzata in linea subordinata, non può affermarsi che il 

giudice di appello sia incorso nel prospettato vizio di ultrapetizione, non 

avendo posto a fondamento della pronuncia una diversa “causa petendi” 

rispetto a quella rappresentata dagli appellanti, limitandosi, sul piano 

della qualificazione giuridica, a ritenere la sussistenza di un contratto 

misto, con riferimento al quale, considerando la prevalenza dell’“animus 

donandi”, si sarebbe dovuta ravvisare l’applicabilità della forma solenne 

imposta dall’art. 782 c.c. (come invocata dai medesimi appellanti), così 

pervenendo, in effetti, alla dichiarazione di nullità ed inefficacia 

dell’atto stesso. In tal senso, dunque, deve rilevarsi che il giudice di 

appello ha esercitato legittimamente il potere-dovere di qualificare 

giuridicamente l’azione e di attribuire al rapporto dedotto in giudizio un 

“nomen juris” diverso da quello indicato dalle parti, non procedendo, 

tuttavia, a sostituire la domanda proposta con una diversa, modificandone i 

fatti costitutivi o fondandosi su una realtà fattuale non dedotta e allegata 

in giudizio tra le parti (cfr., per tutte, Cass. 17 luglio 2007, n. 15925). 
4. Il secondo motivo del ricorso principale è, invece, fondato. 
Nella ricostruzione in fatto della vicenda dedotta in controversia la Corte 

di appello di Genova ha rilevato che, sulla scorta delle acquisizioni 

documentali intervenute nel giudizio di primo grado, era rimasto accertato 

che anteriormente alla stipula (in data 5 novembre 1992) dell’atto di 

compravendita impugnato dai sigg. S. M., P. L. e P. Lu., era stato alienato 

(per lire 155.000.000) un bene in comproprietà tra i coniugi S. L. e L. M. 

G., il cui prezzo ricavato era stato, poi, utilizzato per pagare un debito 

dello stesso L. M. (nella misura di lire 127.500.000), con la conseguenza 

che la S. era rimasta creditrice, nei confronti del coniuge, con il quale 

era in regime di separazione di beni, di una somma pari alla differenza tra 

quanto corrisposto dallo stesso coniuge in adempimento del suo pregresso 

debito e la metà dell’importo ricavato dalla vendita del bene in 

comproprietà, per un importo risultante ammontante a lire 50.000.000. 

Successivamente, la S. era divenuta acquirente, con il suddetto atto per 

notar L. del 5 novembre 1992, per il prezzo dichiarato di lire 68.000.000, 

già corrisposto, di un immobile il cui valore, al momento dell’intervento 

del rogito, era stato determinato, mediante apposita c.t.u., in lire 

222.500.000, con la conseguenza che, in virtù dell’apparenza documentale e 

della logica ricostruzione dei fatti, poteva ritenersi fornita la prova 

dell’avvenuto pagamento, a titolo di parziale compensazione di un credito 

precedente, di lire 50.000.000, in relazione all’acquisto di un bene del 

superiore valore di lire 222.5000.000, con l’effetto, quindi, che, per il 

residuo valore, il trasferimento immobiliare oggetto del contendere si 

sarebbe dovuto ritenere avvenuto a titolo di liberalità in favore della S.. 
A fronte di tale ricostruzione, la Corte territoriale ha ritenuto che, nella 

specie, ricorresse una figura di contratto misto, caratterizzato da un 

concorso di motivi in parte di natura onerosa e in parte gratuita, la cui 

regolamentazione soggiaceva al criterio della prevalenza, ragion per cui, 

essendo predominante nel caso esaminato l’“animus donandi”, l’atto avrebbe 

dovuto essere concluso nella forma pubblica propriamente prevista dall’art. 

782 c.c., con derivante sua nullità ed inefficacia nei riguardi degli 

appellanti. 
Così decidendo la Corte d’appello genovese è, però, incorsa nell’errore di 

procedere ad una impropria qualificazione della fattispecie rappresentata 

dal “negotium mixtum cum donatione” che, per giurisprudenza ormai pressoché 

costante di questa Corte (Cass. 29 ottobre 1975, n. 3661; Cass. 28 novembre 

1988, n. 6411; Cass. 10 febbraio 1997, n. 1214; Cass. 29 marzo 2001, n. 

4623; Cass. 7 giugno 2006, n. 13337; Cass., Sez., un., 12 giugno 2006, n. 

13524, in motivazione; Cass. 2 settembre 2009, n. 19099), a cui il collegio 

aderisce, non è riconducibile alla figura del contratto misto (ovvero di un 

contratto innominato ottenuto combinando due schemi negoziali tipici, a cui 

si applica la disciplina normativa del negozio prevalente), quanto, invece, 

al c.d. negozio indiretto, la cui principale caratteristica risiede nella 

utilizzazione di un negozio tipico in vista della realizzazione di uno scopo 

ulteriore o diverso rispetto a quello del negozio realmente posto in essere. 

In effetti, il “negotium mixtum cum donatione” (come ritenuto anche dalla 

prevalente dottrina) si qualifica come un contratto mediante il quale le 

parti volutamente stabiliscono un corrispettivo di gran lunga inferiore a 

quello che sarebbe dovuto (circostanza questa univocamente emergente nel 

caso di specie, in cui il valore effettivo dell’immobile compravenduto era 

di lire 225.000.000, al cospetto di un prezzo effettivamente pagato di lire 

68.000.000), con l’intento (desumibile, nella fattispecie esaminata, anche 

dalla stessa notevole entità della sproporzione tra il valore reale del bene 

e la misura del debito da adempiere in favore della S. da parte del L. M.) 

di arricchire (con l’atto concluso in data 5 novembre 1992, di poco 

successivo alla sentenza di condanna del Tribunale di Savona del 22 ottobre 

1992, poi passata in giudicato) la parte acquirente per quella parte 

eccedente il corrispettivo pattuito: in tal senso, ci si trova in presenza 

di una situazione giuridica particolare, connotata dal fatto che le parti 

adottano lo schema tipico di un contratto oneroso con l’ulteriore intento a 

far conseguire ad una di esse un arricchimento a titolo gratuito, in modo 

tale da piegare la causa tipica del contratto stipulato alla realizzazione 

di una finalità di liberalità. Da tale premessa discende che la forma 

contrattuale è quella propria del negozio adottato, sia perché il negozio 

indiretto costituisce un’espressione dell’autonomia privata sia perché la 

congruità di tale soluzione trova conferma, con riguardo alle donazioni 

indirette, nel dato normativo contenuto nell’art. 809 c.c., il quale, 

nell’individuare quali norme (cc.dd. materiali) sulle donazioni si applicano 

agli atti di liberalità diversi dallo schema negoziale tipico di cui 

all’art. 769 c.c., non richiama l’art. 782 c.c., che prescrive la specifica 

forma solenne dell’atto pubblico. D’altro canto, è stato, in proposito, 

evidenziato (v. la cit. Cass. 10 febbraio 1997, n. 1214, e, da ultimo, Cass. 

3 novembre 2009, n. 23297) che l’estensione delle norme sulla forma della 

donazione, dettate a tutela del donante (e non dei terzi) a quei negozi che 

perseguono l’intento di liberalità con schemi negoziali previsti per il 

raggiungimento di finalità di altro genere, rappresenterebbe un sacrificio 

troppo radicale dell’autonomia privata, alla quale si deve ricondurre il 

potere delle parti di avvalersi delle figure negoziali per perseguire 

finalità lecite e, come tali, idonee a trovare nell’ordinamento il loro 

riconoscimento. 
Pertanto, poiché il “negotium mixtum cum donatione” non deve rivestire la 

forma prescritta per la donazione diretta ma quella propria dello schema 

negoziale effettivamente adottato, la sentenza impugnata deve essere cassata 

con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Genova. 
5. Rimane assorbito il terzo motivo (come precedentemente esposto) del 

ricorso principale siccome proposto in via meramente subordinata, ovvero con 

la richiesta di suo esame nella sola ipotesi di rigetto degli altri motivi 

avanzati, eventualità, invero, non verificatasi nell’ipotesi in questione, 

essendosi pervenuto - come, sottolineato - all’accoglimento del secondo 

motivo. 
6. Anche i due motivi proposti dai controricorrenti in forma di ricorso 

incidentale condizionato devono ritenersi assorbiti poiché le formulate 

doglianze (per come già indicate) sono state ricondotte, sul presupposto di 

un mancato soddisfacimento totale della soluzione adottata con la sentenza 

di appello, ad una erronea valutazione degli elementi probatori processuali 

in funzione del possibile (ed auspicato) accoglimento di almeno una delle 

due domande dagli stessi proposte nei gradi precedenti, che implica un 

riesame del merito della controversia che non può che essere devoluto al 

giudice di rinvio, senza, peraltro, trascurare l’applicabilità del principio 

generale in base al quale la parte che sia risultata vittoriosa nel giudizio 

di appello non ha l’onere di riproporre le domande e le eccezioni non 

accolte o non esaminate dal giudice di appello, poiché l’eventuale 

accoglimento del ricorso principale (ipotesi verificatasi nel caso di 

specie) comporta la possibilità che dette domande o eccezioni vengano 

riesaminate in sede di giudizio di rinvio (Cass. 10 dicembre 2009, n. 

25821). 
7. Si è dato conto precedentemente che, nella presente fase, la ricorrente 

principale ha proposto anche controricorso al ricorso incidentale nelle 

forme e nei termini stabiliti dall’art. 371, comma 4, c.p.c., con il quale 

si è limitata solo a confutare i motivi del ricorso incidentale, senza 

rappresentare questioni nuove o dedurre nuovi mezzi di impugnazione, ragion 

per cui tale forma di ulteriore difesa è stata svolta, nel caso di specie, 

in modo legittimo (v. Cass. Sez. un., 6 febbraio 1971, n. 311, e Cass. 23 

giugno 1998, n. 6233). L’esplicazione di tale ulteriore attività difensiva 

non determina, proprio in virtù della sua indicata delimitata funzione, 

l’insorgenza di un obbligo in capo a questa Corte di adottare statuizioni in 

merito al suddetto controricorso (che, invece avrebbe dovuto essere 

dichiarato inammissibile qualora fosse stato svolto, a sua volta, come 

ulteriore ricorso incidentale, derivando, diversamente, la possibilità di 

una serie indeterminata di ricorsi incidentali tardivi, in contrasto con il 

principio per il quale l’impugnazione incidentale è proponibile solo dalle 

parti contro cui è stata proposta l’impugnazione principale: cfr. Cass. 1 

dicembre 1999, n. 13358, e Cass. 30 marzo 2004, n. 6282). 
8. In definitiva, in accoglimento del secondo motivo del ricorso principale, 

la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio ad altra sezione della 

Corte di appello di Genova che provvederà anche alla disciplina delle spese 

del giudizio di cassazione e si atterrà - ai sensi dell’art. 384 c.p.c. - al 

seguente principio di diritto: «nel “negotium mixtum cum donatione”, la 

causa del contratto ha natura onerosa ma il negozio commutativo stipulato 

tra i contraenti ha lo scopo di raggiungere per via indiretta, attraverso la 

voluta sproporzione tra le prestazioni corrispettive, una finalità diversa e 

ulteriore rispetto a quella dello scambio, consistente nell’arricchimento, 

per puro spirito di liberalità, di quello tra i contraenti che riceve la 

prestazione di maggior valore realizzandosi così una donazione indiretta; 

conseguentemente, per la validità di tale “negotium”, non è necessaria la 

forma della donazione ma quella prescritta per lo schema negoziale 

effettivamente adottato dalle parti, sia perché l’art. 809 c.c., nel sancire 

l’applicabilità delle norme sulle donazioni agli altri atti di liberalità 

realizzati con negozi diversi da quelli previsti dall’art. 769 c.c., non 

richiama l’art. 782 c.c., che prescrive la forma dell’atto pubblico per la 

donazione, sia perché, essendo la norma appena richiamata volta a tutelare 

il donante, essa, a differenza delle norme che tutelano i terzi, non può 

essere estesa a quei negozi che perseguono l’intento di liberalità con 

schemi negoziali previsti per il raggiungimento di finalità diverse».
P.Q.M.
La Corte rigetta il primo motivo del ricorso principale; accoglie il secondo 

e, dichiarati assorbiti il terzo motivo del ricorso principale e il ricorso 

incidentale condizionato, cassa in relazione al motivo accolto e rinvia, 

anche per le spese del presente giudizio, ad altra sezione della Corte di 

appello di Genova.

 

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