SUCCESSIONE EREDITA Roma: successione Anatocismi Bancari

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Anatocismi Bancari

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Anatocismi Bancari

 

Divieto di anatocismo alle rate a scadere. (C.C. Sentenza N. 20449 del 18/5/05).


Premessa.

L’anatocismo viene praticato oltre che sui conti correnti anche sui mutui ordinari. Solitamente le banche usano calcolare gli interessi di mora non sulla quota capitale impagata ma sull’intero importo della rata, generando una produzione di interessi su interessi. La Cassazione si era pronunciata anche su questa forma di anatocismo, stabilendo che la pattuizione intervenuta preventivamente all’atto della stipula del mutuo con la quale si prevede la corresponsione di interessi di mora sulle rate scadute e non pagate già comprensive degli interessi corrispettivi, costituisce violazione del divieto di anatocismo, secondo la disciplina dettata dall’art. 1283 c.c..
Più recentemente, con sentenza N. 2593 del 20/2/03 la Cassazione ha ribadito che “in ipotesi di mutuo per il quale sia previsto un piano di restituzione differito nel tempo, mediante pagamento di rate costanti comprensive di parte del capitale e degli interessi, questi ultimi conservano la loro natura e non si trasformano invece in capitale da restituire al mutuante, cosicché la convenzione, contestuale alla stipulazione del mutuo, la quale stabilisca che sulle rate scadute decorrano gli interessi sull’intera somma integra un fenomeno anatocistico, vietato dall’art. 1283 c.c.”.
Risulterebbe invece legittimo l’anatocismo applicato ai mutui fondiari posti in essere prima del T.U. bancario D. Lgs 393/93, risultando questo previsto dalla legge1 (Cassazione N. 2593/03). Infatti il menzionato T.U. bancario, all’art. 161, lascia invariata, per i contratti in essere alla data di entrata in vigore (1/1/94), la precedente normativa; mentre, non prevedendolo più esplicitamente, per i mutui fondiari - come per quelli ordinari - l’anatocismo risulterebbe escluso a partire dall’1/1/942.
La disciplina ha subito successivamente un’ulteriore modifica con la Delibera CICR 9/2/00. In forza dei poteri attribuiti dall’art. 120 del D. Lgs 385/93, come modificato dall’art. 25 del D.L. 342/99, il CICR ha stabilito, con la menzionata Delibera, le modalità per la produzione di interessi sugli interessi sulle operazioni bancarie: in particolare, nelle operazioni di finanziamento rimborsate mediante rate temporali predefinite, in caso di inadempimento, se contrattualmente stabilito, è consentito l’anatocismo, cioè la mora sull’intera rata scaduta (compresa la quota interessi), seppur senza alcuna capitalizzazione.
Pertanto, a partire dal 20/4/00 (data di entrata in vigore della Delibera), l’anatocismo è stato nuovamente reintrodotto, questa volta su ogni forma di finanziamento con piano di rimborso rateale.
La novità interpretativa introdotta dalla nuova sentenza della Corte di Cassazione (N. 20449/05) disciplina l’anatocismo dopo la risoluzione per inadempimento dei contratti di finanziamento: la sentenza riguarda un caso di mutuo fondiario ma il principio addotto dalla Suprema Corte è estensibile ad ogni operazione di finanziamento rimborsabile tramite rate periodiche.
1 L’art. 38 del R.D. N. 646/05 (T.U. del credito fondiario), diversamente da quanto accade nel credito ordinario, attesta l’esistenza di normativa anteriore al codice civile del ’42 che legittima la deroga al divieto di anatocismo ex art. 1283 c.c. (“…il pagamento di interessi, annualità, compensi, diritti di finanza e rimborsi di capitali dovuti non può essere ritardato da alcuna opposizione. Le somme dovute per tali titoli producono di pieno diritto interessi dal giorno della scadenza”).
2 La diversa posizione assunta dalla giurisprudenza di legittimità, nei confronti dell’anatocismo dei mutui ordinari e di quelli fondiari è stata fatta propria dalla prassi giudiziaria del Tribunale di Roma che, nelle istruzioni relative alle CTU contabili, nel distinguere i mutui bancari da quelli fondiari riconosce la distinzione sopra riportata. Infatti con riferimento ai mutui fondiari si precisa che: “…….. si deve distinguere tra contratti stipulati anteriormente al 1° gennaio 94 e contratti stipulati successivamente. Per i primi la norma a cui far riferimento è quella dell’art. 38 del Regio Decreto 1905, n. 646: deve pertanto considerarsi ammissibile la richiesta di interessi anatocistici per tale tipologia di contratti. Per i secondi invece, giacché la norma citata non è stata riprodotta nel D. lgs n. 385/93 deve ritenersi applicabile la medesima disciplina prevista per i contratti di mutuo ordinario.” (scomputando, dall’eventuale somma richiesta gli interessi moratori computati sulla quota parte della rata scaduta relative agli interessi convenzionali).
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Il divieto dell’anatocismo sulle rate a scadere.
Le banche, di norma, successivamente alla risoluzione dei mutui fondiari, determinano l’ammontare oggetto di precetto sull’importo delle rate a scadere, ricomprendono anche la quota interessi, alle quali poi vengono applicati gli interessi di mora.
La sentenza in parola stabilisce che, quando la banca mutuante, a seguito dell’inadempimento del mutuatario, intima il precetto per ogni suo credito, comprensivo del capitale residuo, attiva la clausola risolutiva. Con la risoluzione del contratto, afferma la Corte, si anticipa la scadenza dell’obbligazione di rimborso del capitale a cui segue, nel caso di ulteriore ritardo nel rimborso, l’applicazione degli interessi di mora al tasso convenuto in contratto. Tali interessi vanno calcolati, oltre che sulle rate scadute, sul capitale residuo e non già sulle rate a scadere, che, comprendendo sia la quota capitale che la quota interessi, configurerebbero una forma di anatocismo non più giustificato dall’eliminazione del beneficio della dilazione per il debitore.
Pertanto la sentenza in parola, nel ribadire l’anatocismo legale per le rate scadute (consentito dall’art. 14, secondo comma, D.P.R. N. 7/1976 e, in precedenza, dall’art. 38, secondo comma, T.U. del 1905), ne esclude, nel caso di risoluzione del contratto di mutuo, l’applicazione alla rate a scadere; dopo la risoluzione del contratto occorre, invece, far riferimento al capitale residuo sul quale però viene applicato il tasso convenzionale (mora) e non già il tasso legale.
Si osservi che il beneficio che ne consegue al mutuatario dal venir meno dell’anatocismo risulta, di norma, ben inferiore al maggior carico di interessi di mora che vengono a gravare, sin dal momento della risoluzione, sul capitale residuo a fronte di quelli che attualmente applicano le banche sulle rate future alle relative scadenze.
Un esempio può essere di chiarimento.
Si prenda il caso di un mutuo decennale, con rate semestrali al tasso fisso annuo del 7,34% e tasso di mora 10%. Nella tavola che segue è riportato il piano di ammortamento, nelle due ipotesi alternative, a rata costante e a quota capitale costante.
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RataScadenzaImporto Rata Quota capitaleQuota interessiCapitale residuoImporto Rata Quota capitaleQuota interessiCapitale residuo100.000 100.000 101/01/906.000 4.197 1.803 95.803 6.803 5.000 1.803 95.000 201/07/906.000 4.273 1.727 91.530 6.713 5.000 1.713 90.000 301/01/916.000 4.350 1.650 87.181 6.623 5.000 1.623 85.000 401/07/916.000 4.428 1.572 82.752 6.533 5.000 1.533 80.000 501/01/926.000 4.508 1.492 78.245 6.442 5.000 1.442 75.000 601/07/926.000 4.589 1.411 73.655 6.352 5.000 1.352 70.000 701/01/936.000 4.672 1.328 68.983 6.262 5.000 1.262 65.000 801/07/936.000 4.756 1.244 64.227 6.172 5.000 1.172 60.000 901/01/946.000 4.842 1.158 59.385 6.082 5.000 1.082 55.000 1001/07/946.000 4.929 1.071 54.456 5.992 5.000 992 50.000 1101/01/956.000 5.018 982 49.438 5.902 5.000 902 45.000 1201/07/956.000 5.109 891 44.329 5.811 5.000 811 40.000 1301/01/966.000 5.201 799 39.128 5.721 5.000 721 35.000 1401/07/966.000 5.295 705 33.834 5.631 5.000 631 30.000 1501/01/976.000 5.390 610 28.444 5.541 5.000 541 25.000 1601/07/976.000 5.487 513 22.957 5.451 5.000 451 20.000 1701/01/986.000 5.586 414 17.370 5.361 5.000 361 15.000 1801/07/986.000 5.687 313 11.684 5.270 5.000 270 10.000 1901/01/996.000 5.789 211 5.894 5.180 5.000 180 5.000 2001/07/996.000 5.894 106 1 5.090 5.000 90 - Ammortamento francese (rata costante)Ammortamento italiano (quota capitale costante)importi in Euroimporti in Euro
Si supponga che vengano regolarmente pagate soltanto le prime 8 rate e che la banca all’1/1/95 risolve il contratto reclamando l’intero credito, rate scadute e capitale residuo.
Al 1/7/99, dopo precetto e pignoramento, si perviene a saldare l’intero debito.
Nella prassi attualmente impiegata dalle banche, con il calcolo degli interessi di mora applicati alle rate alle singole scadenze (che ricomprendono gli interessi al 7,34%), si perviene ad un importo di €. 91.800 e €. 74.414, rispettivamente nell’ammortamento francese (rata costante) e in quello italiano (quota capitale costante); impiegando i criteri stabiliti nella sentenza in esame si ottiene invece un valore a saldo rispettivamente di €. 98.685 e €. 92.221.
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DataRade scaduteCapitale residuoMoraTotaleRade scaduteCapitale residuoMoraTotaleRisoluzione del contratto01/01/9518.000 49.438 900 68.338 17.975 45.000 908 63.883 Metodologia banche01/07/9972.000 - 19.800 91.800 67.032 - 7.382 74.414 Indicazione Sentenza01/07/9918.000 49.438 31.247 98.685 17.975 45.000 29.24692.221Ammortamento francese (rata costante)Ammortamento italiano (quota capitale costante)
Il divario fra gli importi ottenuti con la metodologia impiegata dalle banche e quelli ottenuti con la metodologia indicata dalla sentenza, tende ad essere tanto maggiore quanto più ampio è lo scarto del tasso di mora rispetto al tasso del mutuo e quanto più ampio è l’intervallo di tempo fra la risoluzione e la scadenza del mutuo.

 

dott. R. Marcelli, Studio: Via Bergamo, 43 - 00198 Roma, Tel. 06.8841269, Fax 06.233221032
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L’ANATOCISMO DOPO LA DELIBERA CICR DEL 9/2/00: FATTA LA PENTOLA, IL
DIAVOLO C’E’ CASCATO DENTRO.
1. Premessa.
Come è noto, dopo le famose sentenze della Cassazione del ‘99, il legislatore è
intervenuto con il d.lgs. n. 342/99, modificando l’art. 120 del T.U.B. e demandando al
Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio (C.I.C.R) le modalità e i criteri per
la produzione di interessi su interessi sulle operazioni bancarie.
Il C.I.C.R., con Delibera del 9/2/00, ha rimesso alle parti, nei contratti di conto
corrente, la determinazione della periodicità degli interessi, disponendo, però, la stessa
periodicità sia per gli interessi a credito che per quelli a debito.
Con la delibera in parola, si è reso possibile alle banche continuare ad applicare
l’anatocismo trimestrale, seppur condizionata ad una uniforme periodicità degli interessi a
debito e a credito.
All’art. 7 della citata Delibera C.I.C.R. viene dettata la disciplina per i precedenti
rapporti disponendo che:
“1. Le condizioni applicate sulla base dei contratti stipulati anteriormente alla data di
entrata in vigore della presente delibera devono essere adeguate alle disposizioni in questa
contenute entro il 30/6/00 e i relativi effetti si producono a decorrere dal successivo 1°
luglio.
2. Qualora le nuove condizioni contrattuali non comportino un peggioramento delle
condizioni precedentemente applicate, le banche e gli intermediari finanziari, entro il
medesimo termine del 30/6/00, possono provvedere all’adeguamento, in via generale,
mediante pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Di tali nuove
condizioni deve essere fornita opportuna notizia per iscritto alla clientela alla prima
occasione utile, e, comunque, entro il 30/12/00.
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3. Nel caso in cui le nuove condizioni contrattuali comportino un peggioramento delle
condizioni precedentemente applicate, esse devono essere approvate dalla clientela.”
La generalità delle banche ha provveduto ad effettuare l’adeguamento della
periodicità trimestrale degli interessi a credito e a debito, per tutti i rapporti di conto
corrente in essere, curandone la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e la comunicazione
nell’estratto conto.
2. La sentenza 425/00 della Corte Costituzionale: i riflessi sulla Delibera CICR 9/2/00.
Mentre per i nuovi contratti l'art. 6 della delibera CICR 9.6.200 richiede che le
"clausole relative alla capitalizzazione degli interessi non hanno effetto se non sono
specificamente approvate per iscritto", per i contratti in corso la norma transitoria dell'art. 7
prevede che l’adeguamento debba essere esplicitamente approvato dalla clientela solo nel
caso in cui le nuove condizioni contrattuali comportino un peggioramento delle condizioni
precedentemente applicate.
Per i contratti stipulati precedentemente alla Delibera, all’assenza di
capitalizzazione, o alla capitalizzazione annuale, conseguenti alla nullità della clausola
anatocistica, si è venuta a sostituire una capitalizzazione trimestrale, con un peggioramento
delle condizioni. Il richiamo alle “condizioni precedentemente applicate”, riportato nell’art.
7 della Delibera, non può essere riferito all’illegittima capitalizzazione trimestrale, ma deve
essere riportato alla nullità dell’anatocismo trimestrale, risultante dalla normativa vigente
precedentemente alla Delibera stessa. In tali circostanze, in presenza di una modifica
peggiorativa, sino al riscontro di un’esplicita approvazione del cliente, si ritiene che
perdurino gli effetti della nullità.
Questa circostanza si unisce ad un’altra, ancor più rilevante ed incontrovertibile,
che pone le banche in una situazione di palese illegittimità.
A seguito dell’intervento della Corte Costituzionale, che ha dichiarato l’illegittimità
dell’art. 25, comma 3, del D. Lgs. 4 agosto ’99 n. 342, è venuto meno la possibilità per il
CICR di sanare la nullità derivante dalla pattuizione anatocistica preesistente.
Giova ricordare che, dopo le menzionate sentenze della Cassazione del ’99, che
avevano sancito l’illegittimità dell’anatocismo trimestrale praticato dalle banche, il
Governo era intervenuto con l’art. 25 del D. Lgs. 342/991, stabilendo una sanatoria delle
1 Art. 25 del D. Lgs. 342/99. Modalita' di calcolo degli interessi
1. La rubrica dell'articolo 120 t.u. e' sostituita dalla seguente: "Decorrenza delle valute e modalita' di
calcolo degli interessi".
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clausole anatocistiche stipulate sino a quel momento e l’adeguamento di una pari
periodicità degli interessi a debito e a credito. Più in particolare, con l’art. 25 in parola si è
intervenuti sull’art. 120 del T.U.B.:
? modificando, con il comma 1, la rubrica;
? aggiungendo, con il comma 2, un secondo comma all’art. 120 che prevede l’anatocismo
nel rispetto della pari periodicità;
? prevedendo, con il comma 3, la disciplina transitoria e di sanatoria.
Successivamente all’entrata in vigore del provvedimento legislativo, interveniva la
Delibera CICR dell’8/2/00 che, nel prevedere l’uniforme periodicità delle condizioni di
conto, disciplinava all’art. 7, le clausole anatocistiche contenute nei contratti stipulati prima
dell’entrata in vigore della delibera stessa, prevedendone l’adeguamento alla nuova
disciplina e stabilendo per altro una specifica approvazione per iscritto della clientela solo
per la circostanza di modifiche comportanti un peggioramento delle condizioni
precedentemente applicate.
Con la sentenza della Corte Costituzionale, intervenuta il successivo 17 ottobre ’00,
è stata dichiarata l’illegittimità del 3 comma dell’art. 25 D. Lgs. 342/99 e
conseguentemente è venuto meno il presupposto legittimante l’art. 7 della Delibera CICR
9/2/00, finalizzato a disciplinare i rapporti in essere al momento dell’entrata in vigore della
Delibera stessa. Né il 2 comma dell’art. 25 conferisce al CICR il potere di prevedere
disposizioni di adeguamento, con effetti validanti la sorte delle condizioni contrattuali
stipulate anteriormente.
Di riflesso, per i rapporti precedenti, si rende necessario che le nuove clausole di
capitalizzazione siano oggetto di approvazione scritta del cliente, risultando illegittimo
l’adeguamento in via generale pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e comunicato per iscritto
2. Dopo il comma 1 dell'articolo 120 t.u. e' aggiunto il seguente:
"2. Il CICR stabilisce modalita' e criteri per la produzione di interessi sugli interessi maturati nelle
operazioni poste in essere nell'esercizio dell'attivita' bancaria, prevedendo in ogni caso che nelle
operazioni in conto corrente sia assicurata nei confronti della clientela la stessa periodicita' nel
conteggio degli interessi sia debitori sia creditori".
3. Le clausole relative alla produzione di interessi sugli interessi maturati, contenute nei contratti
stipulati anteriormente alla data di entrata in vigore della delibera di cui al comma 2, sono valide ed
efficaci fino a tale data e, dopo di essa, debbono essere adeguate al disposto della menzionata
delibera, che stabilira' altresi' le modalita' e i tempi dell'adeguamento. In difetto di adeguamento, le
clausole divengono inefficaci e l'inefficacia puo' essere fatta valere solo dal cliente.
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alla clientela. Per effetto della menzionata pronuncia della Corte Costituzionale, le clausole
anatocistiche restano disciplinate, secondo i principi che regolano la successione delle leggi
nel tempo, dalla normativa anteriormente in vigore. Al riguardo la Cassazione a Sezioni
Unite (n. 21095/04) ha avuto modo di precisare: “in tema di capitalizzazione trimestrale
degli interessi sui saldi di conto corrente bancario passivi per il cliente, a seguito della
sentenza della corte costituzionale n. 425/00, che ha dichiarato costituzionalmente
illegittimo, per violazione dell’art. 76, Cost., l’art. 25, comma terzo, D. Lgs. n. 342/99, il
quale aveva fatto salva la validità e l’efficacia – fino all’entrata in vigore della dilibera
CICR di cui al comma 2 del medesimo art. 25 – delle clausole anotocistiche stipulate in
precedenza, siffatte clausole, secondo i principi che regolano la successioni delle leggi nel
tempo, sono disciplinate dalla normativa anteriormente in vigore e, quindi sono da
considerare nulle in quanto stipulate in violazione dell’art. 1283, cod. civ.”2. Nella stessa
sentenza la Cassazione ha definitivamente sancito la illegittimità delle clausole di
capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dai clienti degli istituti bancari, anche se
contratte prima del nuovo orientamento giurisprudenziale espresso nelle menzionate
sentenze della Cassazione del ’99.
Dai richiamati interventi consegue che, per i contratti in essere alla data di entrata
in vigore della Delibera CICR 9/2/00, senza un’approvazione scritta del cliente, la modifica
introdotta dalla banca, come indicato nell’art. 7 della Delibera, risulta priva di valore:
diversamente si verrebbe a sanare, senza alcun intervento patrizio, la nullità della clausola
anatocistica.
Di nuovo la Cassazione (Cass. n. 4093 del 25/2/05, Cass. n. 25016 del 30/11/07) ha
recentemente ribadito che in tema di capitalizzazione trimestrale degli interessi sui saldi di
conto corrente bancario passivi per il cliente, a seguito della sentenza della Corte
costituzionale n. 425/00, che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo, per violazione
dell’art. 76 della Costituzione, l’art. 25, comma 3, d.lg. n. 342 del 1999, il quale aveva fatto
salva la validità e l’efficacia – fino all’entrata in vigore della Delibera CICR di cui al
comma 2 del medesimo art. 25 – delle clausole anatocistiche stipulate in precedenza,
siffatte clausole, secondo i principi che regolano la successione delle leggi nel tempo, sono
disciplinate dalla normativa anteriormente in vigore, e, quindi, sono da considerare nulle in
quanto stipulate in violazione dell’art. 1283 c.c..
2 Cfr. anche Cass. n. 1222 del 20/8/03.
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3. Il recupero anatocistico si viene ad estendere oltre il 2000.
La generalità delle banche, all’indomani della Delibera CICR, per i rapporti di
conto in essere, ha effettuato la parificazione trimestrale del conteggio degli interessi a
debito e a credito, limitandosi a curare la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e la
comunicazione sugli estratti conto.
L’asincronia, che spesso accompagna l’evoluzione normativa, giurisprudenziale –
di merito e legittimità – e prassi operativa, evidenzia scollamenti di rilievo che il più delle
volte si riflettono a danno del cliente bancario, ma che talvolta si ritorcono sugli stessi
intermediari che tali scollamenti hanno ignorato.
Si può ragionevolmente ritenere che la ripresa anatocistica degli interessi potrà
essere estesa anche al decennio in corso ed interessa una parte cospicua dei rapporti di
conto.
Il decreto legislativo del ’99, nel tentativo di sanare il comportamento pregresso
degli intermediari bancari, è incorso in un’incongruenza giuridica, i cui riflessi economici
vengono, seppur tardivamente, manifestandosi nelle aule dei Tribunali. Le argomentazioni
addotte nelle prime sentenze prodotte dai Tribunali risultano solide, circostanziate e non
lasciano spazi a obiezioni di sorta: una dettagliata rassegna può risultare di utilità.
? In un primo intervento del 2007 il Tribunale di Venezia si argomenta che risultando
nulla la capitalizzazione trimestrale degli interessi, ne discende l’esclusione di qualsiasi
capitalizzazione. Di riflesso, nel momento il cui la banca, senza concludere alcun nuovo
contratto, interviene unilateralmente sulle originarie previsioni negoziali, al fine di sanare
l’originaria capitalizzazione trimestrale, introduce una variazione di tasso di interesse
sfavorevole al cliente che risulta illegittima ( Tribunale di Venezia, Sentenza 22.1.2007, M.
A. Maiolino): “Va ad abundantiam rilevato come alcun effetto sanante sulla clausola de
qua possa venire dal d.lgs. n. 342 del 1999, che aveva stabilito la validità delle pregresse
clausole relative alla produzione di interessi con capitalizzazione trimestrale ma che è
stata in parte qua fulminata con una pronuncia di illegittimità costituzionale (Corte Cost.
n. 425 del 17.10.2000): cosicché non può che rimanere assoggettata anche la clausola oggi
in esame alla disciplina previgente, dalla quale, per tutte le ragioni esposte, non può che
discendere la sanzione della nullità. Le tesi esposte, peraltro, valgono a giustificare la
riconosciuta nullità alla previsione di capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi
esclusivamente nei limiti in cui analoga modalità di conteggio non sia prevista a favore del
correntista per quanto riguarda gli interessi creditori. L'art. 25 del d.lgs. n. 342 del 1999,
modificando l’art. 120 del TU bancario, ha invero demandato al CICR la fissazione delle
modalità di produzione degli interessi nei rapporti di conto corrente, raccomandando solo
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che fosse garantita la medesima periodicità nel conteggio sia per gli interessi debitori che
per quelli creditori. Il CICR a sua volta ha emesso una delibera (9.2.2000, efficace dal
22.4.2000: doc. n. 10 opposta), stabilendo la periodicità trimestrale per entrambi i tipi di
interessi: effettivamente agli estratti conto depositati in causa emerge che ad un certo
punto dei rapporti Antonveneta applicò la capitalizzazione trimestrale sia per gli interessi
debitori che per quelli creditori. Si pone pero il problema di verificare la legittimità di
detta previsione e può dirsi sin d'ora che ad avviso del Tribunale detta (unilaterale)
modifica contrattuale risulta nulla.
Invero, tenuto conto che per le ragioni esposte la capitalizzazione trimestrale degli
interessi debitori fino alla citata modifica legislativa doveva ritenersi in radice nulla, con
esclusione pertanto di qualsiasi capitalizzazione degli interessi (sul punto si dirà meglio in
seguito), va da sé che, nel momento in cui la banca, senza concludere un nuovo contratto,
ma intervenendo unilateralmente sulle originarie previsioni negoziali, modifica la
periodicità di capitalizzazione dei frutti creditori al fine (nella sua intenzione) di “sanare”
e salvare l’originaria clausola relativa alla capitalizzazione trimestrale degli interessi, che
altrimenti - come detto – sarebbe nulla, introduce una variazione del tasso di interesse
sfavorevole al cliente: ebbene, detta condotta, non risultando alcuna previsione per iscritto
rilasciata in tal senso dal cliente medesimo, non è legittima e la relativa nuova clausola
risulta nulla ai sensi dell'art. 117 del TUB.”
? Più diretto e lapidario l’intervento del 2007 del Tribunale di Torino: il 2° comma
dell’art. 120 del TUB non conferisce al CICR la facoltà di sanare condizioni contrattuali
stipulate precedentemente, impiegando per di più modalità procedimentali unilaterali
(Tribunale di Torino, Sentenza n. 6204 del 5/10/07, G. Rizzi): “…. L’art. 7 della Delibera
CICR 9/2/00 trae legittimità dal 3° comma dell’art. 25 d.leg. 4 agosto ’99 n. 342 (che
aggiungeva un 3° comma all’art. 120 del TUB) che statuiva come ‘Le clausole relative alla
produzione degli interessi sugli interessi maturati, contenute nei contratti stipulati
anteriormente alla data di entrata in vigore della delibera di cui al 2° comma, sono valide
ed efficaci fino a tale data e, dopo di essa, debbono essere adeguate al disposto della
menzionata delibera, che stabilirà altresì le modalità ed i tempi dell’adeguamento ….’.
Tale 3° comma dell’art. 120 del TUB però, è stato dichiarato in toto incostituzionale dalla
sentenza della Corte costituzionale 17 ottobre 2000, n. 425 e, come detto, era proprio tale
3° comma che istituiva la facoltà di adeguamento, per il periodo successivo all’entrata in
vigore della delibera, delle clausole stesse ai principi stabiliti per i contratti di nuova
stipulazione. Ora, le modalità di detto adeguamento sono proprio quelle fissate dall’art. 7
della delibera CICR il quale, in quanto atto regolamentare di attuazione di una norma
divenuta successivamente inefficace in quanto dichiarata incostituzionale, diviene
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(illegittimo e) inefficace anch’esso in via derivata ed automatica e dev’essere disapplicato
dal giudice di merito. Né la legittimità dell’art. 7 della suddetta delibera CICR può trovare,
ora, la sua fonte nel 2° comma dell’art. 120 del TUB che si limita a statuire come ‘Il CICR
stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi sugli interessi maturati ….
prevedendo in ogni caso che nelle operazioni in conto corrente sia assicurata nei confronti
della clientela la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori’.
Tale 2° comma si limita a conferire al CICR l’autorità per stabilire modalità e criteri per
la produzione dell’anatocismo bancario, non gli conferisce certo la facoltà di emanare
norme transitorie, con effetti validanti, la sorte delle condizioni contrattuali stipulate
anteriormente, nonché di prevedere disposizioni di adeguamento e tempi delle medesime,
tanto meno intervenendo con efficacia sanante condizionata unicamente a modalità
procedimentali unilaterali. Come già detto, inoltre, l’art. 161, 6° comma, TUB esclude che
ai contratti già conclusi possa essere applicata la normativa in questione (e il 2° comma
dell’art. 120 del TUB, al contrario di quanto faceva il 3° comma, non prevede affatto tale
ipotesi di applicazione) cosicché l’art. 7 della Delibera CICR (in quanto il comitato
interministeriale trae i suoi poteri dall’art. 120 del TUB) è anche in contrasto con l’art.
161, 6° comma medesimo, giacché regola una fattispecie negoziale conclusa
precedentemente tanto all’entrata in vigore della normativa bancaria che della norma di
cui all’art. 120, 2° comma, del TUB, introdotto dal d. leg. 342/99 (che delle deliberazioni
CICR previste dallo stesso art. 120, 2° comma del TUB)”. ( Trib. Torino, 5/10/07, G.
Rizzi).
? Anche il Tribunale di Benevento si schiera chiaramente sull’inefficacia dell’art. 7
della Delibera CICR in parola (Tribunale di Benevento, Sentenza n. 252 del 18.02.08): “
La produzione degli interessi sugli interessi è divenuta legittima in materia bancaria con la
delibera CICR 9/2/2000, per cui le clausole anatocistiche preventive contenute nei contratti
di conto corrente (art. 2) e nei mutui (art.3) stipulati dal 22/4/2000 in poi, data di entrata
in vigore di detta legge, sono valide ed efficaci purchè: a) siano espressamente indicati la
periodicità di capitalizzazione degli interessi ed il tasso di interesse applicato, anche sotto
forma di TAE - tasso annuo effettivo che tenga conto dell’anatocismo b) nel singolo conto
corrente sia stabilita la stessa periodicità del conteggio degli interessi creditori e debitori;
c) siano specificamente approvate per iscritto dal cliente, segnalando che sulla specificità
dell’approvazione vale quanto elaborato dalla giurisprudenza per le clausole vessatorie di
cui all’art. 1341 comma 2 c.c.
Le clausole di capitalizzazione degli interessi contenute nei contratti bancari stipulati
prima del 22/4/2000, qualunque sia la periodicità, sono invece sempre nulle per violazione
di norma imperativa ( art. 1418 comma 1 c.c. ). Va ricordato che le disposizioni transitorie
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di cui all’art. 7 della delibera CICR 9/2/2000 non possono trovare alcuna applicazione, in
quanto in seguito alla sentenza 425/2000 della Corte Costituzionale è venuto meno l’art. 25
comma 3 del D.Lgs. 342/1999 che era il fondamento legittimante l’art. 7 , per cui esso,
quale atto di normazione secondaria attuativo di una norma non più esistente perché
dichiarata incostituzionale, ha perso ogni validità ed efficacia”(Cfr. anche precedente
sentenza del 6/8/07).
? Diversamente, nel ’08 il Tribunale di Padova osserva che le variazioni delle
condizioni contrattuali, previste nell’art. 7 della Delibera, presuppongono pur sempre una
valida pattuizione sottostante. Su una clausola nulla non può operare alcun meccanismo di
variazione, tanto meno semplificato, ad iniziativa di una sola parte (Tribunale di Padova,
Sentenza 27/4/08, D. Bruni): “ In particolare la Banca sostiene che aveva facoltà di
recepire unilateralmente il disposto normativo modificato a mezzo pubblicazione in G.U. di
un comunicato perché l’art. 7 della citata delibera interministeriale ha previsto formalità
diverse per l’adeguamento delle condizioni contrattuali dei rapporti allora in corso
stabilendo che, qualora tali nuove condizioni non comportino un peggioramento della
posizione del cliente rispetto alla banca, la comunicazione al pubblico delle nuove
condizioni possa avvenire mediante semplice pubblicazione sulla G.U. entro il predetto
termine del 30/6/00, purché venga fornita opportuna notizia per iscritto alla clientela alla
prima occasione utile e comunque entro il 31/12/00 e disponendo in caso contrario la
necessità dell’approvazione per iscritto della clientela.
L’assunto è erroneo perché la variazione in melius o in peius presuppone pur sempre una
valida pattuizione sottostante laddove la ricognizione negativa ad opera della Corte
Cassazione, cioè la statuizione di inesistenza di un uso normativo bancario idoneo a
derogare all’art. 1283 c.c., comporta inevitabilmente la nullità della relativa clausola
normalmente contenuta al punto 7 delle condizioni generali predisposte. E’ evidente che
rispetto ad una clausola nulla non può operare alcun meccanismo di variazione, tanto
meno semplificato, ad iniziativa di una sola delle parti. La banca confonde tra ius variandi
di una pattuizione valida, come quella in punto interessi, e la sua nullità come quella per
mancanza della forma scritta per interessi convenzionali. Talvolta il legislatore interviene
in via sostitutiva come con l’art. 117 TUB ove il tasso minimo/massimo dei BOT sostituisce
il tasso mancante: più in generale opera il meccanismo di sostituzione automatico ex art.
1339 c.c. Tuttavia l’integrazione ope legis postula sia la nullità della clausola da sostituire
sia l’imperatività di quella sostitutiva mentre l’art. 120, secondo comma, ha mera natura
dispositiva come si evince dalla lettera stessa della norma: il legislatore consente che
l’anatocismo sia pattuito tra le parti, ma non lo assicura di necessità alla banca. Pertanto
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neppure l’art. 1339 consente l’inserzione automatica dell’art. 120, secondo comma TUB
nei contratti stipulati prima del 21 aprile 2000.
In definitiva la banca interpreta la Delibera CICR in contrasto con i principi generali la
cui deroga può ammettersi solo in presenza di una chiara, puntuale direttiva del legislatore
delegante; essa manca nel caso di specie: nessuna norma della legge delega autorizza in
claris siffatta deviazione.”.
? Il Tribunale di Mantova invece osserva che, in presenza di un conto
sistematicamente passivo, la capitalizzazione trimestrale, ancorché paritetica, induce un
peggioramento delle condizioni e di riflesso richiede una formale approvazione (Tribunale
di Mantova, 12/7/08, Aliprandi): “A fronte di una clausola nulla di capitalizzazione
trimestrale (e quindi assenza di qualsiasi capitalizzazione), di interessi debitori e creditori
sensibilmente diversi e di un conto dall’andamento costantemente negativo, la previsione
astratta di una capitalizzazione trimestrale ‘paritetica’ rappresenta un peggioramento
delle condizioni che come tale esigeva la specifica approvazione del correntista.”.
? Più recentemente, nel febbraio dell’anno in corso, il Tribunale di Mondovì affronta
in termini circostanziati e completi la questione, puntualizzando l’aspetto di peggioramento
che consegue con l’introduzione dei requisiti disposti dal CICR, ma sollevando e
approfondendo il ben più radicale problema della carenza della delega legislativa a
disciplinare l’adeguamento delle precedenti clausole contrattuali; delega contenuta nel
comma 3° dell’art. 25 del decreto legislativo 342/99, caduto sotto la scure della Corte
Costituzionale (Tribunale di Mondovì, Sentenza 10/2/09, Demarchi): “Approfittando della
delega per il riordino del T.U. Bancario (D. Lgs. n.385/93), il Governo ha emanato una
norma “salvagente” (l’art. 25 D.Lgs. n. 342/99), che ha inserito all’art. 120 T.U.B. il
comma 2° (che attribuisce al CICR il potere di stabilire modalità e criteri per la
produzione di interessi sugli interessi) e il comma 3° (che faceva salve le vecchie clausole
anatocistiche). Tale ultima disposizione, però, è caduta sotto la scure della Corte
Costituzionale, che ne ha dichiarato l’illegittimità con sentenza n. 425/2000, per eccesso di
delega. Ne consegue che la capitalizzazione degli interessi, in base alla citata delibera del
CICR, può ritenersi consentita solo per i contratti stipulati a far data dal 22.4.2000,
secondo quanto concretamente pattuito dalle parti (sempre che, comunque, vi sia la stessa
periodicità di capitalizzazione per gli interessi debitori e creditori); per i contratti già in
essere è prevista la possibilità di adeguamento contrattuale, ma senza effetti retroattivi
[…] Posto che prima della delibera del CICR le clausole che prevedevano la
capitalizzazione degli interessi erano nulle, per quanto detto in precedenza, è evidente che
ogni successiva previsione anatocistica (pure introdotta in modo conforme alle disposizioni
del CICR) sia da considerarsi nuova, e non semplice adeguamento di una clausola
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precedente. Considerato, poi, che il correntista era costantemente a debito, la previsione di
una capitalizzazione trimestrale era da considerarsi sicuramente peggiorativa (anche se
bilaterale), in quanto producente effetti negativi (aumento dell’esposizione debitoria
complessiva). Rispetto alla situazione precedente, in cui il correntista non era tenuto a
corrispondere alcun interesse sugli interessi (per nullità accertata della relativa
pattuizione contrattuale), l’introduzione di una clausola di capitalizzazione (sebbene
rispondente ai requisiti previsti dal CICR) doveva, dunque, considerarsi peggiorativa;
pertanto, le nuove clausole dovevano essere approvate espressamente dal cliente, cosa che
nel caso in esame non avvenne […] a ben vedere, la validità delle nuove clausole di
anatocismo deve essere esclusa per un problema a monte, concernente la fonte normativa
del potere di adeguamento […] Demandando ad un atto di normazione secondaria (la
delibera CICR) il potere di incidere sulla disciplina dell’anatocismo, il decreto
legislativo342/99 assumeva la natura di norma sub-delegante e conferiva al regolamento
una forza pari alla legge ordinaria; solo così era possibile che una fonte regolamentare
potesse derogare alla normativa codicistica dell’anatocismo, che, altrimenti, quale fonte
sovraordinata, avrebbe prevalso. Ma ciò significa anche che la delibera CICR può
derogare alla legge (in questo caso al codice civile) solo nei limiti in cui sia emanata in
conformità ed in esecuzione di una valida norma con forza primaria. A questo punto si
deve richiamare il doppio contenuto dell’art. 25 o, se vogliamo, la doppia delega: da un
lato l’art. 25 (al comma due, divenuto il nuovo secondo comma dell’art. 120 del T.U.
bancario) conferiva alla delibera un potere sostanziale di disciplina di modalità e criteri
per la produzione di interessi, che non poteva avere efficacia retroattiva, ai sensi dell’art.
11 preleggi; dall’altro, l’art. 25 (al comma tre) sanciva la validità delle vecchie clausole
anatocistiche e disponeva che esse potessero mantenere efficacia anche per il futuro, ma a
condizione che venissero adeguate alle nuove disposizioni. Il CICR era delegato a stabilire
modalità e tempi dell’adeguamento. Mentre la delega “sostanziale”, per il riordino della
disciplina dell’anatocismo (comma due dell’art. 25) ha mantenuto vigenza, la delega per
l’adeguamento delle vecchie clausole, contenuta nel comma tre dell’art. 25, è stata travolta
dalla dichiarazione di incostituzionalità; ne consegue il venir meno di ogni potere, per la
delibera CICR, di disciplinare l’ultrattività delle norme anatocistiche e dunque
l’impossibilità di introdurre modalità e tempi per l’adeguamento previsto nella norma
dichiarata incostituzionale […] L’art 7 della delibera CICR, nella parte in cui disciplina
l’adeguamento unilaterale delle clausole anatocistiche, è divenuta“orfana” della norma
sub-delegante, ossia dell’art. 25, comma terzo, del decreto legislativo 342/99; si deve,
allora, stabilire se la delibera del CICR sia incostituzionale per eccesso di delega ex art.
76 Cost., ovvero se sia semplicemente una norma regolamentare priva della forza
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necessaria per derogare alla fonte superiore di natura legislativa. Sé è vero che la delibera
afferma nelle sue premesse di essere adottata proprio in funzione di esecuzione della
delega contenuta nel d.lgs.342/99 e dunque si presenta come atto normativo delegato, è,
però, dubbio che l’art. 76 Cost. possa essere invocato nel caso di specie, dato che esso si
riferisce all’esercizio della funzione legislativa, cioè all’emanazione delle leggi, e non alla
produzione dei regolamenti, che sono atti tipici della funzione esecutiva. L’art. 76 Cost.,
cioè, sembra produrre l’illegittimità costituzionale di quegli atti governativi, aventi valore
di legge (decreti legislativi), che si pongono in contrasto o che fuoriescono dalla delega
attribuita dal Parlamento; non disciplina, invece, il diverso caso del regolamento che, pur
attuativo, in via indiretta, di una legge delega, si ponga in contrasto con questa o con il
decreto delegato (o vada oltre le loro previsioni). La ragione di questo diverso trattamento
tra il decreto legislativo (che ha natura di fonte primaria) e il regolamento (che è fonte
subordinata alla legge) risiede nel fatto che nel primo caso il Governo esercita
eccezionalmente una funzione riservata ad altro potere dello Stato (con la quale può
derogare ad altre leggi), mentre nel secondo caso il potere esecutivo esercita una funzione
propria, quella regolamentare, che non ha la forza di derogare alle norme di fonte
primaria. In conclusione, dunque, è forse più corretto ritenere che la delibera CICR sia
una fonte secondaria che non può derogare alla legge e pertanto, in caso di contrasto con
essa, cede il passo e deve essere disapplicata. Dunque, se è possibile per le banche, dopo il
2000, rinegoziare con i vecchi clienti le clausole che prevedono l’anatocismo (purchè siano
rese conformi alle regole stabilite dal TU bancario e dalla delibera CICR), non è invece
possibile una modifica unilaterale.Va ulteriormente notato, poi, che in questo caso non di
adeguamento potrebbe parlarsi, essendo le vecchie clausole radicalmente nulle, bensì di
vera e propria modifica delle condizioni contrattuali, con l’inserimento di nuove
pattuizioni; modifica unilaterale che, in deroga alle norme del codice, la delibera CICR
non poteva certo autorizzare” ( Cfr. anche Trib. Orvieto, n. 166 del 30/7/05, G. Baglioni;
Trib. Pescara, n. 722 del 30/3/06, G. Falco; Trib. Torino n. 5480 del 4/7/05, G. Rapelli;
Trib. Teramo n. 1071 dell’11/12/06, G. Marcheggiani; Trib. Crotone, 11/7/07, M. Sessa).
Sintesi e conclusioni.
Non sembra sussistano dubbi sulla circostanza che per i contratti di conto corrente
in essere all’entrata in vigore (20/4/00) della delibera CICR 9/2/00, valga la disciplina
precedente e quindi la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale. Per tali contratti,
con la pubblicazione sulla G.U. e la comunicazione nell’estratto conto, previste dalla
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Delibera CICR, non si realizzerebbe una modifica contrattuale ex art. 118 del TUB, bensì
un’impropria sanatoria di una clausola nulla, attraverso un atto unilaterale.
E’ certamente singolare che, solo dopo molti anni dall’intervento della Corte
Costituzionale, i giudici abbiano cominciato a ravvisare nella Delibera CICR carenze
dispositive e, di riflesso, significativi aspetti di illegittimità nei comportamenti delle
banche.
E’ altrettanto singolare che con la stessa prontezza con la quale, dopo il D. Lgs.
342/99, è stata emanata la Delibera CICR 9/2/00 per bonificare il comportamento delle
banche sull’applicazione degli interessi trimestrali, non si sia intervenuti, dopo la Sentenza
n. 425/00 della Corte Costituzionale, a rettificare la stessa Delibera CICR, abrogando l’art.
7, reso illegittimo dal venir meno della norma delegante.
La generalità dei titolari di conto corrente hanno così continuato a subire, anche
dopo il 9/2/00, l’imposizione di condizioni vessatoria, decise unilateralmente con la
semplice comunicazione sulla G.U. e nell’estratto conto.
La specificità, complessità e articolazione della normativa bancaria, sottoposta ad
un continuo rapporto di forza fra sistema bancario e organo legislativo, ha spesso consentito
alle banche sostanziali disapplicazioni della disciplina, incontrando nella giurisprudenza
una scarsa specializzazione e sensibilità, insufficiente a contrastare e censurare
tempestivamente ed efficientemente reiterati comportamenti illegittimi.
La richiamata disposizione abrogativa della Corte costituzionale è risultata
disattesa, così come sono risultate disattese le numerose sentenze della Corte di Cassazione
in tema di anatocismo e Commissioni di Massimo Scoperto, così come disattesa rimane la
formale applicazione dell’art. 644 c.p. in tema d’usura, in presenza di contrastanti
indicazioni della Banca d’Italia.
Di riflesso la Magistratura è chiamata a gestire – in un quadro giuridico complesso
e talvolta contraddittorio – vertenze che non costituiscono casi sporadici e circoscritti, ma,
al contrario, risultano estesi in tutto il territorio con una frequenza ed intensità, che
denuncia, nella stessa dimensione del fenomeno, comportamenti speciosi, improntati a
scarso rispetto delle norme di legge, non adeguatamente monitorati e censurati dalle
Autorità di controllo.
Gli interventi legislativi, come il D. Lgs. n. 342/99, esprimono il maldestro
tentativo di sanare pregressi comportamenti illegittimi, perpetrando, per il tramite di atti di
normazione secondaria, regimi di vessazione che, pur non avendo superato il vaglio della
Corte Costituzionale, continuano – a quasi un decennio di distanza - ad esplicare i loro
effetti.
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Come per gli altri temi menzionati, quello che non consente la norma di legge,
viene comunque praticato, avvalendosi della speciale posizione contrattuale nella quale, per
la loro peculiare funzione pubblica, si vengono a trovare gli intermediari bancari, entrando
in un rapporto di contrapposizione con la Magistratura, dove la guida ai comportamenti, più
che a principi etici e di rispetto dell’ordinamento, si informa al trade-off costi benefici.
E’ assente un corretto bilanciamento che accompagni ad assetti normativi
privilegiati – posti a presidio e tutela della delicata funzione di allocazione del risparmio –
uno stretto controllo del rispetto, sostanziale prima che formale, dello spirito e dei principi
che ispirano la disciplina di governo dell’attività riservata agli operatori bancari. E’ carente
altresì un presidio sanzionatorio, commisurato alla rilevanza e pregnanza dell’interesse
pubblico coinvolto. Se, ad esempio, all’intermediario, colto in pratica di usura in un
rapporto di conto, viene riconosciuto comunque l’interesse corrispondente al tasso soglia, o
al più al tasso legale – come frequentemente si riscontra nei giudizi civili – si rinuncia a
quei correttivi che, riconducendo ad equilibrio il trade-off costi benefici, risultano estremi
ma efficaci. In altre circostanze, per infrazioni di minor rilievo, si arriva a sanzioni pari a
ben 50 volte il valore dell’omesso adempimento, inducendo, seppur forzatamente,
comportamenti virtuosi.
Nell’ultimo ventennio il disegno strategico di condurre il sistema bancario alle
logiche di mercato ha certamente indotto notevoli elementi di efficienza produttiva, ma ha
significativamente minato quel rapporto fiduciario che, in precedenza, per lungo tempo
aveva presieduto il contratto banca-cliente.
Più recentemente l’attenzione e sensibilità del Governatore della Banca d’Italia non
ha mancato di cogliere l’esigenza di orientare la cultura aziendale delle banche ad un più
rigoroso rispetto delle norme, ad una corretta gestione dei conflitti di interesse e alla tutela
del rapporto di fiducia con il cliente.
L’art. 2 bis della legge n. 2/09 che disciplina le Commissioni di Massimo Scoperto
e le nuove Istruzioni per la rilevazione del Tasso Effettivo Globale per la verifica
dell’usura, non sembrano riflettere alcun nuovo corso che possa incidere nei comportamenti
degli intermediari bancari. Gli interventi correttivi appaiono deboli, incerti, inadatti a
dispiegare effetti concreti e riscontrabili nei rapporti bancari e nei confronti giudiziari, nei
quali è purtroppo impegnata un’ampia schiera di clienti, risparmiatori e imprenditori.

 

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